Ex Ilva, la Cassazione deve decidere: salute o produzione
Il procuratore generale chiede di rivedere lo stop all’area a caldo di Taranto, mentre cittadini e associazioni difendono il provvedimento dei giudici milanesi.
La decisione delle sezioni Unite Civili della Cassazione potrebbe stabilire quale equilibrio applicare al caso dell’ex Ilva di Taranto: da una parte la protezione della salute e dell’ambiente, dall’altra la prosecuzione dell’attività industriale. Dopo l’udienza sui ricorsi presentati da Ilva Spa, Acciaierie d’Italia e Acciaierie d’Italia Holding, i giudici si sono riservati la pronuncia, che sarà notificata alle parti.
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Il nodo resta il fermo degli impianti
Al centro del procedimento c’è il provvedimento con cui la Corte d’Appello di Milano ha disposto l’interruzione dell’area a caldo dello stabilimento tarantino. Le società chiedono alla Cassazione di correggere quella decisione, contestando il modo in cui sono stati valutati i rischi legati all’amianto e alle emissioni industriali.
Il sostituto procuratore generale Luigi Birritteri, intervenuto in aula, ha sostenuto che nel decreto milanese non sarebbe stato realizzato un adeguato confronto tra i due interessi in gioco. «Quello che manca nel decreto della Corte di Appello di Milano che ha stabilito» lo stop dell’area a caldo «è il bilanciamento fra tutela della salute e produzione industriale», ha affermato durante la requisitoria.
Amianto e polveri, le contestazioni
La Procura generale aveva già chiesto, in una memoria depositata nelle scorse settimane, un accoglimento solo parziale delle impugnazioni. Una parte rilevante delle sue osservazioni riguarda l’amianto presente nei cowpers degli altiforni: secondo questa ricostruzione, le norme non imporrebbero la rimozione automatica e completa di ogni materiale contenente amianto entro agosto 2023, senza distinguere tra condizioni di conservazione e interventi concretamente necessari.
Birritteri ha riconosciuto che i rischi dell’amianto non sono in discussione, ma ha contestato il metodo seguito dai giudici milanesi. «La pericolosità dell’amianto è indiscussa ma la Corte di Appello di Milano desume il pericolo ma non lo accerta», ha dichiarato davanti alle sezioni Unite.
Un ulteriore punto riguarda le polveri sottili e i loro possibili effetti su ambiente e salute. Per la Procura generale, la Corte d’Appello avrebbe fondato la propria valutazione su dati epidemiologici riferiti a periodi lontani e su modalità produttive che nel frattempo sarebbero cambiate. Nelle conclusioni è stato inoltre osservato che il principio di precauzione non può sostituire i parametri stabiliti dalla legge né introdurre criteri differenti da quelli previsti dall’ordinamento.
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I cittadini difendono lo stop
Nel procedimento sono intervenuti anche undici cittadini assistiti dall’associazione Genitori Tarantini. I loro difensori, Maurizio Rizzo Striano e Ascanio Amenduni, hanno respinto l’impostazione della Procura generale e chiesto di confermare la legittimità della decisione adottata a Milano.
La memoria delle parti civili sostiene che il rischio sanitario sia stato documentato in modo adeguato. I legali individuano due fonti di pericolo distinte, cioè l’amianto e le emissioni di polveri sottili, ritenendo che ciascuna possa da sola giustificare il blocco disposto dai giudici. Nella loro prospettiva, la continuità dell’attività produttiva non può prevalere senza limiti sui diritti tutelati dalla Costituzione.
Turco chiede chiarimenti su Birritteri
Dopo l’intervento del procuratore generale è arrivata anche la reazione politica di Mario Turco, vicepresidente del Movimento 5 Stelle. Il senatore ha annunciato di avere presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio per chiedere se siano state esaminate eventuali ragioni di astensione del magistrato.
Turco ha precisato che l’iniziativa non intende mettere in discussione l’autonomia della magistratura né formulare accuse preventive. L’interrogazione richiama però alcune circostanze riportate dalla stampa, secondo cui Birritteri avrebbe svolto incarichi al Ministero della Giustizia durante il periodo in cui Angelino Alfano era ministro.
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