Ex Ilva, il verdetto può fermare tutto: cosa succede ora
Le Sezioni Unite della Cassazione esaminano il ricorso contro lo stop dell’area a caldo di Taranto, mentre gli impianti restano senza produzione fino al 15 dicembre.
La decisione attesa a Roma potrebbe cambiare il destino dell’area a caldo di Taranto, ma non necessariamente produrre effetti immediati. Anche un eventuale annullamento del provvedimento milanese, infatti, non consentirebbe di riavviare in tempi brevi gli impianti, ormai privi di materie prime e delle risorse necessarie per acquistarle.
Alle 10 le Sezioni Unite Civili della Cassazione inizieranno l’esame dei ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia contro il decreto della Corte d’Appello di Milano. La pronuncia non dovrebbe arrivare nella stessa giornata, ma viene considerata imminente per la rilevanza della controversia e per la rapidità con cui è stata fissata l’udienza.
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La Cassazione decide sullo stop
Il provvedimento del 27 luglio ha ordinato la fermata dell’area a caldo entro il 25 ottobre. Il termine di 90 giorni riguarda gli altiforni e le acciaierie e nasce dalle valutazioni dei giudici milanesi sui rischi per la salute collegati alle emissioni di polveri sottili, comprese PM 2,5 e PM 10, e alla presenza di amianto negli impianti.
La Corte d’Appello ha previsto che la sospensione prosegua fino alla completa rimozione dell’amianto e all’introduzione di interventi capaci di riportare le emissioni entro livelli considerati sicuri, facendo riferimento a una capacità produttiva autorizzata di 6 milioni di tonnellate annue. I tentativi delle società di ottenere la sospensione del decreto non hanno avuto esito positivo: il provvedimento è stato confermato anche dopo le udienze del 9 e del 30 settembre.
La Suprema Corte potrà confermare la decisione, cancellarla oppure annullarla rinviando il caso alla Corte d’Appello. In attesa del giudizio, l’ultimo decreto legge del Governo ha autorizzato i commissari di Ilva e Acciaierie d’Italia a mantenere gli impianti in preriscaldo fino al 15 dicembre, una condizione tecnica minima che non comporta produzione.
Produzione ferma, ripartenza lontana
Acciaierie d’Italia aveva iniziato a prepararsi da mesi alla possibile chiusura. Dall’estate ha ridotto gli acquisti di materie prime, ha arrestato una produzione già contenuta e ha portato gli impianti in preriscaldo. È stata inoltre autorizzata una cassa integrazione straordinaria per 8.622 lavoratori su 9.626, tra cui 6.964 dipendenti dello stabilimento di Taranto su un organico locale di 7.875 persone.
Questa nuova misura, tuttavia, non è ancora partita. Ministero del Lavoro e azienda hanno chiarito che, per ora, resta in vigore la cassa già autorizzata, con un tetto di 4.450 lavoratori, 3.800 dei quali a Taranto. Il tema sarà affrontato dopo il vertice previsto a Palazzo Chigi il 27 ottobre; nel frattempo, la precisazione ha contribuito a far rientrare la protesta che aveva provocato anche il blocco temporaneo dell’aeroporto di Genova.
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Anche una sentenza favorevole all’azienda non basterebbe a riattivare subito l’area a caldo. Per riprendere la produzione servirebbero nuovi ordini, la disponibilità finanziaria, l’arrivo via nave delle materie prime dall’estero e la riaccensione degli impianti: una sequenza stimata in circa tre mesi.
Nel decreto più recente il Governo ha assegnato ad Acciaierie d’Italia gli ultimi 40 milioni disponibili della dotazione complessiva di 390 milioni autorizzata dalla Commissione europea. Resta comunque da capire se, anche dopo un eventuale annullamento del decreto milanese, la società sceglierà davvero di riavviare l’area a caldo: la decisione dipenderà da ulteriori valutazioni.
Una causa iniziata a Taranto
Il procedimento nasce dall’iniziativa di un gruppo di cittadini tarantini, che anni fa ha promosso un’azione contro l’azienda davanti al Tribunale di Milano, dove si trova la sede legale della società. Il giudice milanese aveva poi coinvolto la Corte di giustizia dell’Unione europea, con sede a Lussemburgo.
Nel giugno 2024 la Corte europea ha stabilito che un impianto industriale capace di danneggiare salute e ambiente deve essere fermato. Il Tribunale di Milano ha quindi ripreso il procedimento e, a febbraio, ha limitato in parte l’efficacia dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata ad Acciaierie d’Italia nell’estate 2025, giudicando insufficienti alcune prescrizioni.
All’azienda era stato concesso tempo fino al 24 agosto 2026 per adeguare l’autorizzazione, con la previsione dello stop in caso di mancato intervento. Il provvedimento è stato impugnato sia dalle società sia dai cittadini di Taranto. La Corte d’Appello, il 27 luglio, ha modificato in parte l’ordinanza e ha individuato nella presenza di amianto e nelle polveri sottili i motivi per imporre la fermata entro 90 giorni.
Ora l’ultimo passaggio spetta alle Sezioni Unite Civili della Cassazione. La loro decisione stabilirà la sorte giuridica del decreto milanese, ma non chiuderà necessariamente, nello stesso momento, il complesso problema industriale, finanziario e ambientale dello stabilimento.
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