Emilia-Romagna, la crescita non basta: salari reali giù del 5%
L’industria torna positiva e l’export accelera, ma consumi, territori e lavoratori restano lontani dai benefici della ripresa regionale
Il dato più delicato per l’Emilia-Romagna non riguarda soltanto la velocità della ripresa, ma la sua distribuzione. Dal 2019 la retribuzione reale per addetto è scesa del 5%, mentre nello stesso periodo i profitti per lavoratore sono saliti del 12%: una distanza che rischia di rendere meno visibile, per molte famiglie, la ricchezza prodotta dal sistema regionale.
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La crescita non raggiunge tutti
Le previsioni indicano un aumento del Pil regionale dello 0,9% nel 2026, in linea con il dato italiano, seguito da una frenata allo 0,7% nel 2027. La manifattura mostra segnali di recupero, con un progresso dello 0,6% nei primi sei mesi dell’anno, mentre le esportazioni avanzano del 3%.
Il quadro cambia osservando gli altri comparti. Nello stesso periodo costruzioni e commercio hanno registrato entrambi una diminuzione dello 0,4%, mentre l’artigianato ha perso l’1,5%. Anche l’inflazione contribuisce a comprimere il reddito disponibile: a settembre, secondo le rilevazioni dell’Istat, ha raggiunto il 4% in Emilia-Romagna, con energia elettrica, gas e combustibili rincarati del 16,6%.
Guido Caselli, vicedirettore di Unioncamere Emilia-Romagna e autore dello studio “Cartoline dal futuro. L’Emilia-Romagna tra il non più e il non ancora”, individua due condizioni per rafforzare il modello regionale. La prima consiste nel collegare le numerose imprese attraverso aziende guida e filiere territoriali; la seconda nel fare in modo che l’espansione economica si trasformi in benessere condiviso e coesione sociale.
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La via Emilia lascia indietro i margini
La concentrazione della ricchezza emerge anche dalla geografia. Il corridoio della via Emilia copre il 30% della superficie regionale, ma raccoglie il 64% dei residenti e genera il 70% del Pil. È qui che si addensano le imprese maggiori e le principali catene produttive.
Negli ultimi dieci anni la popolazione lungo la via Emilia è aumentata del 4,5%; al contrario, pianura e Appennino hanno perso rispettivamente lo 0,9% e l’1,2%. Il divario si ritrova anche nell’economia: tra il 2021 e il 2025 il Pil del corridoio centrale è cresciuto del 6,7%, contro lo 0,2% della pianura e lo 0,7% delle aree montane.
Per Caselli, il problema è ricucire due legami che hanno sostenuto a lungo lo sviluppo locale. «La crescita economica deve diventare benessere diffuso e coesione sociale», ha osservato presentando l’analisi. La tenuta dell’industria, quindi, resta un punto di forza, ma da sola non colma né la distanza tra i territori né quella tra profitti e salari.
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