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Economia 3 min di lettura2 ore fa

Energia e debito: la crescita mondiale entra nella fase più delicata

L’economia globale continua a correre nonostante il petrolio più caro, ma conti pubblici fragili, inflazione persistente e consumi deboli possono cambiare rapidamente il quadro

L’economia mondiale sta attraversando una fase insolita: il costo dell’energia è raddoppiato nel corso dell’anno, ma la crescita non ha rallentato. Il pericolo, secondo Eoin O’Callaghan di Wellington Management, potrebbe però arrivare dai mercati obbligazionari e dalla difficoltà dei governi a sostenere ancora l’economia con la spesa pubblica.

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Il debito può frenare la corsa

Il deficit medio dei Paesi del G10 si avvicina al 6% del prodotto interno lordo, una misura tipica delle fasi di crisi e difficilmente compatibile con un’economia che continua a espandersi. Se i rendimenti resteranno elevati, Francia, Regno Unito e Stati Uniti saranno tra i Paesi più esposti.

Per riportare il rapporto tra debito e prodotto interno lordo su un percorso stabile, questi Stati dovrebbero migliorare il saldo primario di 3-4 punti. Si tratta della differenza tra entrate e uscite pubbliche prima del pagamento degli interessi, un risultato che l’attuale situazione politica rende complesso da raggiungere. O’Callaghan avverte che la pressione potrebbe arrivare direttamente dagli investitori: “Gli investitori potrebbero imporre quella stretta che le autorità economiche non vogliono attuare”.


Una crescita ancora sorprendente

Gli indicatori osservati da Wellington Management mostrano un’espansione nominale compresa tra il 5% e il 6% annuo, il ritmo più elevato degli ultimi vent’anni. Il dato comprende anche l’effetto dell’aumento dei prezzi, ma conferma la resistenza dell’attività economica globale.

A sostenere il risultato hanno contribuito le politiche ancora favorevoli di governi e banche centrali, la spinta degli investimenti nell’intelligenza artificiale e una situazione finanziaria di famiglie e imprese meno gravata dai debiti rispetto a quindici anni fa. Anche il commercio internazionale sta crescendo al ritmo più rapido degli ultimi quindici anni. La stessa combinazione di sostegni, tuttavia, ha contribuito a mantenere l’inflazione su livelli elevati e più persistenti.


Petrolio e tassi, il doppio rischio

Per la conclusione dell’anno e l’inizio del 2027, Wellington Management prevede un rallentamento dell’economia, senza però una brusca inversione di rotta. La crescita dovrebbe rimanere vicina alla media di lungo periodo o leggermente superiore, anche se ai prezzi attuali del petrolio lo shock energetico potrebbe sottrarre tra 1,5 e 2 punti percentuali all’espansione.

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Il mercato si attende aumenti dei tassi pari, in media, a un punto percentuale nelle principali economie avanzate del G10. O’Callaghan ritiene però incerto che le banche centrali arrivino davvero a una stretta di questa ampiezza. Se la risposta monetaria sarà meno intensa dell’impatto energetico, l’economia potrà conservare parte della sua spinta, ma a prezzo di una maggiore pressione sui prezzi e di condizioni meno favorevoli per gli investimenti più rischiosi.


Consumi e intelligenza artificiale sotto esame

Finora le famiglie hanno continuato a spendere utilizzando parte dei risparmi, nonostante una fiducia vicina ai minimi storici. Il sostegno potrebbe venir meno se, entro la fine dell’anno, salari e occupazione non mostreranno segnali di recupero: in quel caso il divario tra disponibilità economiche e propensione alla spesa rischierebbe di chiudersi attraverso una riduzione dei consumi.

Un ulteriore elemento di vulnerabilità riguarda gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Le risorse destinate al settore potrebbero diminuire se le attese sui rendimenti diventassero più prudenti o se il confronto su sicurezza e regole ne rallentasse l’applicazione. Anche l’evoluzione della guerra con l’Iran sarà decisiva: un conflitto più lungo potrebbe far salire ulteriormente la bolletta energetica e aggiungere fino a 4 punti all’inflazione complessiva.


I mercati premieranno i più solidi

Non manca uno scenario più favorevole. La fine delle interruzioni nelle forniture petrolifere dal Medio Oriente potrebbe riportare rapidamente i prezzi verso il basso, mentre un forte aumento della produttività avrebbe la capacità di compensare almeno in parte il contraccolpo energetico.

Secondo Wellington Management, la selezione tra i diversi Paesi diventerà comunque più marcata. Le vendite sui titoli di Stato hanno colpito quasi senza distinzioni da luglio, ma il rincaro dell’energia produce effetti diversi a seconda che un’economia sia importatrice o esportatrice. In questo contesto, obbligazioni e valute dei Paesi con banche centrali affidabili e finanze pubbliche più ordinate, come Germania e Australia, potrebbero beneficiare del confronto con gli Stati più fragili.

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