Diesel, la tregua non basta: perché i prezzi restano sotto pressione
Il nodo principale per i mercati energetici non è soltanto la quantità di petrolio disponibile, ma la capacità di trasformarlo e distribuirlo.
Il nodo principale per i mercati energetici non è soltanto la quantità di petrolio disponibile, ma la capacità di trasformarlo e distribuirlo. Con le rotte del Golfo ancora esposte, gli impianti danneggiati e le scorte in diminuzione, gli operatori continuano a incorporare nei prezzi un premio legato al rischio geopolitico. Per questo l’intesa tra Stati Uniti e Russia può produrre una reazione immediata, ma non garantisce un calo stabile del diesel.
Rotte insicure, prezzi ancora esposti
Lo Stretto di Hormuz rimane uno dei passaggi più delicati per l’approvvigionamento mondiale: attraverso quel corridoio passa circa il 25% del petrolio trasportato via mare. A fine settembre, secondo Kpler, il traffico di prodotti raffinati era sceso a 677mila barili al giorno, contro i 3,6 milioni registrati prima della guerra. La contrazione supera quindi l’80%.
Il problema non riguarda soltanto la navigazione. Gli attacchi hanno colpito anche gli impianti di trasformazione in Medio Oriente, mentre le infrastrutture energetiche russe sono bersaglio dei bombardamenti ucraini. In questo quadro, le raffinerie operano spesso a regime ridotto oppure restano ferme, rendendo molto più difficile sostituire rapidamente i volumi mancanti.
Per l’Europa il vantaggio sfuma
Anche nell’ipotesi di un ritorno del gasolio russo sui mercati internazionali, l’Unione europea non ne riceverebbe un beneficio diretto. Bruxelles mantiene infatti il divieto sulle importazioni di prodotti petroliferi provenienti dalla Russia. Kaja Kallas, responsabile della diplomazia dell’Unione europea, ha ribadito: «Non è il momento di allentare le pressioni e l’Europa non lo farà».
La conseguenza è che un eventuale alleggerimento delle quotazioni potrebbe raggiungere l’Europa soltanto in modo indiretto, attraverso una minore tensione sui mercati mondiali. La scarsità di carburanti raffinati continua però a pesare su trasporti, logistica e industria, con possibili ricadute sui prezzi pagati dai consumatori anche quando il greggio mostra temporanee flessioni.
La raffinazione è il vero collo di bottiglia
Nel rapporto di settembre, l’Agenzia internazionale dell’energia ha indicato nei prodotti raffinati la principale strozzatura dell’attuale crisi. Le esportazioni nette di diesel e gasolio dal Golfo Persico e dalla Russia risultano inferiori di circa 1,6 milioni di barili al giorno rispetto alla fase precedente alla crisi. Per i prodotti raffinati e il gas di petrolio liquefatto in uscita dal Golfo, la riduzione arriva invece a circa 3,7 milioni di barili quotidiani.
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In Medio Oriente gli attacchi hanno sottratto quasi 3 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione. La situazione russa è stata aggravata dai colpi contro raffinerie, depositi e altri impianti strategici. L’Agenzia internazionale dell’energia descrive così un sistema globale della raffinazione vicino al limite, con una capacità di recupero sempre più ridotta.
L’intesa aggiunge volumi limitati
In questo scenario, l’accordo annunciato da Washington e Mosca prevede quantitativi difficilmente sufficienti a cambiare gli equilibri. Dopo la revisione delle sanzioni decisa da Donald Trump, per ottobre sono attesi 2,25 milioni di barili, pari a 300mila tonnellate; a novembre dovrebbero seguirne 3,75 milioni e altri 7,5 milioni «subito dopo», probabilmente a dicembre, secondo quanto confermato dal Cremlino. A questi numeri si aggiungono i 22,5 milioni di barili che Trump ha promesso in tempi brevi.
I flussi più consistenti previsti per ottobre corrispondono a circa 72mila barili al giorno. Si tratta di una quantità ridotta rispetto a una domanda mondiale di diesel pari a 30 milioni di barili quotidiani e anche nei confronti delle esportazioni russe, che negli ultimi mesi del 2025 raggiungevano circa 800mila barili al giorno. Il volume mensile atteso equivale in pratica al 10% dell’export russo precedente agli attacchi.
La tregua sui prezzi resta fragile
L’annuncio politico ha quindi avuto un riflesso immediato sulle quotazioni, ma i mercati stanno valutando soprattutto la durata della crisi produttiva. Riparare raffinerie, terminali e reti logistiche non è un’operazione rapida: per riportare l’intera filiera ai livelli precedenti possono servire mesi o anni.
La guerra tra Mosca e Kiev continua inoltre a minacciare gli impianti russi, nonostante gli appelli di Trump. Il Qatar, secondo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto dopo gli Stati Uniti, ha prorogato fino a dicembre la situazione di forza maggiore a causa dei danni subiti dalle proprie strutture. Con quasi 3 milioni di barili al giorno di capacità mediorientale fuori servizio e la produzione russa ancora esposta, una riduzione duratura del diesel rimane dunque improbabile.
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