Crescita in ripresa, inflazione in agguato: la traiettoria fino al 2027
I segnali provenienti da industria, commercio e investimenti indicano una fase ciclica più vivace, mentre negli Stati Uniti torna il rischio di un’accelerazione dei prezzi
La Federal Reserve potrebbe trovarsi davanti a una sequenza in tre tempi: un eventuale nuovo rialzo dei Fed Funds a dicembre, una pausa per valutare l’effetto dell’aumento dei rendimenti di mercato e, infine, ulteriori interventi nel 2027 se l’inflazione di fondo dovesse risalire. La scelta di non procedere con correzioni troppo frequenti dei tassi lascia infatti spazio a una gestione graduale della politica monetaria.
GioiaPura
-15% su tutto da GioiaPura
Prezzi Usa, il rischio torna nel 2027
Le proiezioni sull’economia statunitense indicano un possibile ritorno dell’inflazione sottostante verso livelli più elevati. La ripresa dell’attività, insieme al rincaro delle materie prime, porta l’indicatore utilizzato per stimare i prezzi al consumo depurati dalle componenti più volatili a segnalare un CPI core del 2,8% nei dodici mesi successivi.
In questo scenario, la banca centrale americana potrebbe inizialmente attendere, anche perché i rendimenti a lunga scadenza hanno già contribuito a rendere meno espansive le condizioni monetarie. La successiva riaccelerazione dei prezzi, tuttavia, renderebbe probabile un aumento dei Fed Funds nel corso del 2027.
L’attività mostra segnali più solidi
Il quadro della congiuntura si è rafforzato in diverse aree e attraverso indicatori non omogenei. Negli Stati Uniti e in Europa, gli indici utilizzati per valutare la posizione del ciclo sono tornati a indicare una fase di ripresa; anche nei Paesi emergenti, il barometro composito del clima economico ha superato i precedenti livelli di resistenza.
In Europa, il Pmi descrive un’espansione che non riguarda più soltanto la manifattura. Le rilevazioni della Commissione europea, inoltre, mostrano aspettative degli industriali migliori di quanto inizialmente previsto, un elemento compatibile con una possibile crescita dell’attività nei prossimi mesi.
Anche gli scambi internazionali sostengono questa lettura. Le vendite asiatiche all’estero di prodotti tecnologici continuano a correre, alimentate dalla filiera collegata all’intelligenza artificiale, mentre le esportazioni della Corea del Sud — spesso considerate un segnale anticipatore per il commercio globale — hanno registrato un incremento vicino all’80% su base annua.
Investimenti e scambi spingono gli utili
Il maggiore dinamismo del commercio potrebbe riflettersi sui risultati delle imprese. Una crescita degli scambi mondiali compresa tra il 7% e il 10% viene associata a un aumento annuo dell’utile per azione globale tra il 15% e il 20%.
Sul fronte degli investimenti, dagli Stati Uniti arrivano indicazioni incoraggianti: le consegne di beni strumentali, parametro seguito per misurare l’andamento mensile della spesa in capitale, stanno accelerando. In Germania, anche gli ordini interni rivolti all’industria lasciano intravedere un miglioramento dell’attività.
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La presenza simultanea di segnali positivi in più regioni e comparti rafforza dunque l’ipotesi di una nuova accelerazione del ciclo economico. Il quadro non dipende da un singolo indicatore, ma dalla convergenza tra sondaggi, commercio e dati concreti sugli investimenti.
Rendimenti più alti, ma senza frenata
L’aumento dei tassi a lunga scadenza non appare sufficiente, in questa fase, a compromettere la ripresa. Una parte del movimento riflette il ritorno verso una struttura dei rendimenti più vicina alla normalità, dopo gli anni caratterizzati da interventi monetari eccezionali e da una minore remunerazione del rischio legato alle scadenze lunghe.
Negli Stati Uniti, la fine delle indicazioni prospettiche molto vincolanti della banca centrale ha riportato una dose maggiore di incertezza sulle decisioni future. Da qui deriva un premio più alto richiesto dagli investitori per detenere obbligazioni di lunga durata, in un contesto che si avvicina a quello precedente alla crisi finanziaria.
Le condizioni finanziarie, pur essendosi irrigidite, non risultano ancora restrittive. La stima del livello di equilibrio dei Fed Funds incorporato nel mercato obbligazionario è intorno al 4,2%, contro un limite superiore del tasso ufficiale effettivo pari al 4,0%: la politica monetaria si colloca quindi in prossimità della neutralità.
Anche l’aumento dei rendimenti dei titoli sovrani, dei mutui e del credito, insieme al rafforzamento del dollaro, ha avvicinato il quadro finanziario a una posizione neutrale. Per questo, al momento, né la componente monetaria né quella finanziaria sembrano rappresentare un ostacolo decisivo all’espansione dell’attività.
*Capo economista di Groupama Asset Management*
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