11.000Lettori online ora
Economia 2 min di lettura5 giorni fa

Buoni pasto anche con partita IVA: chi può usarli e quanto vale lo sconto

Non sono solo un benefit per dipendenti: per alcuni autonomi i buoni pasto si possono acquistare, ma con regole fiscali precise e un tetto di deduzione da non superare.

Per chi lavora in proprio, il vero nodo non è tanto il taglio del buono quanto la rete in cui viene accettato. Prima di attivarlo conviene controllare almeno alcuni esercizi usati di frequente, perché la copertura cambia da operatore a operatore e il numero totale di affiliati, da solo, dice poco sulla spendibilità reale nella propria zona.


Le regole fiscali per gli autonomi

Anche il profilo dei costi non è secondario: tra canone della piattaforma, emissione della card e possibili spese di ricarica, il peso può risultare più evidente per una singola partita IVA che per una società. Alcuni fornitori hanno comunque reso l’adesione completamente digitale, consentendo l’acquisto autonomo dei buoni senza passare da una trattativa commerciale.

I buoni pasto, in ogni caso, non riguardano soltanto i dipendenti. Possono essere utilizzati anche da liberi professionisti, artigiani, commercianti e titolari di ditta individuale per coprire pranzo e spesa alimentare, ma con un trattamento fiscale che cambia a seconda del regime scelto. La platea, però, non è la stessa per tutti: una parte consistente delle partite IVA non può sfruttare il vantaggio.


Chi resta fuori dal vantaggio

L’accesso è previsto per chi opera in regime ordinario, compresi professionisti senza dipendenti e ditte individuali. Fuori dal perimetro dei benefici fiscali restano invece i contribuenti forfettari: il reddito viene calcolato con un coefficiente legato al codice ATECO e non con le spese effettive, quindi non c’è né deduzione dei costi né detrazione dell’IVA. Il buono, per loro, si può comprare, ma senza agevolazioni.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Per un lavoratore autonomo che li acquista per sé, il meccanismo segue quello delle spese di somministrazione: il 75% del costo è deducibile, entro il tetto del 2% dei compensi incassati nell’anno, mentre l’IVA al 10% può essere recuperata integralmente. Su 50.000 euro di ricavi annui, per esempio, la soglia di spesa rilevante arriva a 1.000 euro e la quota deducibile si ferma a 750.


Otto buoni e niente resto

Sul piano pratico, il buono elettronico si usa come una normale carta e viene accettato in ristoranti, bar, tavole calde, supermercati e negozi alimentari; in molti casi funziona anche sulle piattaforme di consegna a domicilio e per la spesa online. Le regole comuni sono due: si possono spendere fino a otto buoni nella stessa operazione, come stabilisce il decreto ministeriale 122 del 2017, e non esiste resto in contanti, quindi va calibrato con attenzione l’importo da scalare.

Il confronto con le aziende resta comunque netto. Se il datore di lavoro assegna buoni pasto ai dipendenti, il costo è deducibile al 100% e l’IVA agevolata al 4% è recuperabile per intero. Per il professionista che li compra per sé, invece, il quadro fiscale è più ristretto e richiede di verificare con precisione il limite del 2% prima di fare acquisti consistenti.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere