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Economia 2 min di letturaieri

AI e cybertruffe: il 38% dei manager chiede più formazione

Le aziende italiane considerano la scarsa consapevolezza digitale il principale people risk, mentre privacy, sistemi AI e carenza di competenze alimentano nuove fragilità.

Il 38% dei manager italiani considera prioritaria l’educazione dei dipendenti a riconoscere contenuti manipolati, frodi e disinformazione prodotti con l’intelligenza artificiale. Il dato fotografa un cambiamento preciso: la sicurezza informatica non dipende più soltanto dalle tecnologie, ma anche dalla preparazione delle persone che le utilizzano.


L’errore umano diventa il primo bersaglio

Le frodi rivolte ai vertici aziendali, comprese quelle realizzate usando voci replicate artificialmente, rappresentano soltanto una delle forme più visibili del fenomeno. Nel People risk report 2026 di Marsh, la limitata alfabetizzazione sui pericoli cyber emerge infatti come il principale rischio legato alla gestione del personale in Italia.

Marco Araldi, ceo di Marsh Italia, sottolinea che «la fotografia che emerge dal report mostra come, anche in Italia, i rischi legati alle persone debbano diventare parte integrante dell’agenda strategica delle imprese». La vulnerabilità riguarda tutti i livelli dell’organizzazione: riconoscere un messaggio ingannevole, proteggere dati riservati e adottare procedure corrette sono comportamenti decisivi quanto le misure tecniche.


Privacy e intelligenza artificiale sotto esame

L’espansione dell’AI aggiunge nuovi fronti di esposizione. Il 36% dei manager indica come priorità la prevenzione delle violazioni di privacy e riservatezza; la stessa quota segnala i rischi legati a strumenti di intelligenza artificiale gestiti senza adeguate cautele o introdotti troppo velocemente. Un ulteriore 33% richiama le vulnerabilità informatiche direttamente associate a queste tecnologie.

Per trasformare l’AI in innovazione, maggiore efficienza e decisioni migliori, non basta installare nuovi strumenti. Servono percorsi formativi, revisione dei processi, governo dei cambiamenti e regole chiare. Araldi avverte che, senza competenze e una direzione strategica definita, l’intelligenza artificiale può limitarsi a rendere più rapide singole attività senza incidere davvero sull’organizzazione.

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Il rischio riguarda anche stipendi e carriere

L’indagine non si concentra soltanto sulla sicurezza digitale. Il rapporto raccoglie le valutazioni di più di 4.500 professionisti delle risorse umane e della gestione del rischio, distribuiti in 26 mercati, e prende in esame le minacce destinate a incidere sulle imprese nei due anni successivi.

Dopo la consapevolezza cyber, in Italia compare l’insicurezza economica dei lavoratori, resa più rilevante dall’aumento del costo della vita. Seguono la difficoltà a rendere efficaci le politiche di attrazione, fidelizzazione e coinvolgimento, la scarsità di specialisti tecnologici e, al quinto posto, la mancanza di personale.


Benefit e crescita pesano sulla fiducia

Il 33% dei manager giudica non più adeguati i programmi di benessere e i benefit rispetto alle esigenze della forza lavoro attuale. Il 32% mette invece in evidenza percorsi di promozione e avanzamento poco trasparenti, mentre il 30% segnala che molti responsabili faticano a discutere con chiarezza di retribuzioni, benefit e sviluppo professionale.

Tra le preoccupazioni più citate figurano l’assenza di occasioni per crescere e acquisire nuove competenze, indicata dal 35% degli intervistati. Il 34% incontra ostacoli nel reperire profili altamente specializzati e il 31% segnala problemi nel trovare lavoratori essenziali per ruoli con retribuzioni più contenute. Il quadro delineato da Marsh lega quindi protezione digitale, benessere economico e qualità della leadership: elementi distinti, ma capaci di influenzarsi a vicenda.

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