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Cultura 4 min di lettura3 giorni fa

Tre artisti, una storia: cosa svela la mostra su Smith e Mapplethorpe

A Minneapolis, 40 opere ricostruiscono l’intreccio creativo e umano tra Patti Smith, Robert Mapplethorpe e Lynn Davis, dagli anni newyorkesi alla perdita

Il filo più forte della mostra non passa soltanto dalle fotografie, ma dall’amicizia che ha unito tre artisti nella New York degli anni Sessanta e Settanta. Paths That Cross, aperta il 18 settembre alla Weinstein Hammons Gallery di Minneapolis, mette infatti in dialogo Patti Smith, Robert Mapplethorpe e Lynn Davis attraverso immagini, disegni, sculture, video e materiali personali.

Il progetto riunisce 40 opere in uno spazio di 180 metri quadrati e ricostruisce sia le collaborazioni tra i tre sia il rapporto che li ha accompagnati nel tempo. Al centro resta una vicenda fatta di creatività, corrispondenza, malattia, maternità e lutto.


Una mostra nata da un’amicizia

Davis arrivò a New York nel 1974, dopo la formazione al San Francisco Art Institute e le prime esperienze nella camera oscura maturate a Minneapolis. Si trasferì nella metropoli con il figlio piccolo per lavorare a incarichi editoriali destinati a diverse riviste.

Fu durante un servizio per Esquire che conobbe Smith, allora ventisettenne e ancora all’inizio del suo percorso come poetessa e musicista punk. Davis la fotografò per un portfolio chiamato Outrageous Ladies, che però non venne mai pubblicato. La fotografa rimase colpita dall’unicità della giovane artista e dalla sua capacità di lasciarsi osservare davanti all’obiettivo, dopo una prima cautela.

Poco tempo dopo, Davis si imbatté nelle immagini di Mapplethorpe e riconobbe una vicinanza con la propria ricerca. I due si frequentarono, si fotografarono reciprocamente, visitarono gallerie e condivisero momenti ordinari tra pranzi e acquisti. Quando Smith si trasferì a Detroit, alla fine degli anni Settanta, il legame proseguì attraverso le lettere.


Il ricordo di una New York libera

L’incontro tra Smith e Mapplethorpe risale invece all’estate del 1967. Arrivata dal New Jersey, la futura musicista cercava ospitalità a Brooklyn e finì per conoscere, in una stanza sul retro dell’appartamento, quel giovane studente d’arte del Queens ancora addormentato. Smith avrebbe poi ricordato il suo sorriso al risveglio come l’immagine d’esordio della loro lunga relazione.

Nel memoir Just Kids, pubblicato nel 2010, Smith ha descritto quell’arrivo con queste parole: «Era una bella giornata per arrivare a New York. Non mi aspettava nessuno. Mi aspettava tutto».

Le fotografie esposte restituiscono un ambiente attraversato da scambi continui. Davis e Mapplethorpe lavoravano senza sosta, passando da un contesto sociale all’altro e frequentando luoghi molto diversi della città. La fotografa ricorda un periodo intenso, durante il quale anche con risorse economiche limitate era possibile andare a teatro, assistere a spettacoli e trascorrere molte ore in camera oscura.

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Tra i lavori presentati figurano due ritratti di Mapplethorpe scattati da Davis, del 1979 e del 1982. Nel primo il fotografo è disteso su un telo scuro, nel secondo appare seduto, con giacca e cravatta di pelle, in una posa più assertiva. Sono esposti anche gli scatti realizzati da Mapplethorpe a Davis nel 1979: in uno la fotografa solleva le braccia per spostare i capelli, nell’altro guarda direttamente verso la macchina fotografica.


Dalla perdita ai paesaggi di ghiaccio

Nel 1986 a Mapplethorpe venne diagnosticato l’Aids. Davis e Smith intensificarono allora la loro corrispondenza, mantenendosi vicine durante la malattia e fino alla morte del fotografo, avvenuta nel 1989 a 42 anni. Il rapporto tra le due donne si rafforzò attorno alla cura dell’amico comune, alla maternità e all’esperienza della perdita.

Anche il titolo della rassegna richiama questo passaggio. Paths That Cross è il nome della canzone scritta da Smith insieme al marito Fred Sonic Smith per sostenere Mapplethorpe dopo la morte, nel 1987, di Sam Wagstaff, suo ex compagno e mecenate, scomparso per complicazioni legate all’Aids. Pur essendo dedicato a Wagstaff, il brano evocava per Smith anche il destino di Mapplethorpe.

Un altro accostamento della mostra mette in relazione un’immagine di Peter Reed, ballerino fotografato da Mapplethorpe nel 1980, con un iceberg ripreso da Davis. Il corpo piegato del danzatore e la massa di ghiaccio assumono così una forza monumentale, ma anche una comune dimensione organica e fragile.

Davis iniziò a concentrarsi su paesaggio e architettura proprio nel 1986, dopo la malattia di Mapplethorpe e quella di Peter Hujar, altro fotografo a lei vicino. Da allora la sua ricerca si è rivolta a ghiacci, cascate, edifici e ambienti segnati dal tempo. Le opere riunite a Minneapolis seguono quindi non solo l’evoluzione di tre linguaggi artistici, ma anche le trasformazioni personali che hanno cambiato il loro modo di guardare il mondo.

«Tutti appaiono esattamente come sono», ha osservato Davis parlando delle immagini. Per lei, in quelle fotografie, la libertà della vita e il gesto artistico finiscono per coincidere.

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