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Cultura 4 min di lettura2 giorni fa

Schlein e le parole oscure: il vuoto politico secondo Ranieri

A Milano Daniela Ranieri e Gianni Barbacetto hanno discusso il linguaggio pubblico, tra tecnicismi, meritocrazia e perdita di una cultura politica popolare.

La destra conserva una presa sull’immaginario collettivo che una parte della sinistra non è riuscita a costruire, nonostante il profilo cosmopolita e bilingue di molti suoi dirigenti. Per Daniela Ranieri, il problema non riguarda soltanto lo stile: dietro certe parole si nascondono spesso scelte politiche deboli o non dichiarate.

Anche l’intervento di Elly Schlein, analizzato durante l’incontro, diventa così un caso esemplare. L’uso di formule astratte e di costruzioni elaborate, secondo la giornalista, non rende più solida una proposta: può invece servire a coprire ciò che quella proposta non contiene.


L’opacità copre il vuoto politico

Ranieri ha preso in esame l’intervista concessa dalla segretaria del Pd al Foglio il 23 luglio, pensata per parlare a un pubblico vicino agli ambienti dell’establishment. Nel discorso di Schlein ricorrono strutture retoriche come la ripetizione di “serve un’Europa”, utilizzata per favorire un consenso emotivo attorno a un’istituzione presentata come “dalla parte giusta della storia”.

L’autrice ha inoltre rilevato l’impiego di passaggi come “federalismo pragmatico” e di costruzioni che danno al ragionamento un andamento quasi matematico. Espressioni quali “non bisogna minare la dimensione universalistica” sostituiscono formule più dirette e comprensibili. Non a caso, osserva Ranieri, Lilli Gruber arrivò a chiederle: “ma chi la capisce se parla così?”.

Dietro un linguaggio tanto tortuoso, sostiene la giornalista, c’è l’assenza di un’agenda facilmente riconoscibile. Misure come il rilancio dell’edilizia pubblica, maggiori investimenti nella sanità e nella ricerca, la riduzione delle liste d’attesa o un prelievo sugli extraprofitti avrebbero potuto essere esposte senza tecnicismi, se fossero state davvero al centro della linea politica.


Dal libro al berlusconismo

Il confronto che ha messo in fila queste riflessioni si è svolto alla Libreria Centofiori di Milano, in occasione della presentazione di “Ma come parli?! Manuale di resistenza al linguaggio dei politici”, volume di Daniela Ranieri pubblicato da Paper First. A dialogare con lei è stato Gianni Barbacetto, in un appuntamento dedicato alla trasformazione del lessico pubblico.

Nel libro, il cambiamento viene fatto risalire anche alla stagione inaugurata da Silvio Berlusconi, descritto come una sorta di “invenzione semiotica”. Il leader non appare più come una figura chiamata a rappresentare qualcosa di superiore al singolo cittadino, ma come l’“uomo che si era fatto da sé”, sempre sorridente e con “il sole in tasca”.

Quella grammatica politica ha lasciato tracce anche in settori autodefiniti progressisti. Ranieri cita, tra gli esempi, la retorica del “costruttivismo” associata al sindaco di Milano, dove il semplice fare e costruire rischia di diventare il criterio con cui misurare tutta l’azione amministrativa.


Quando il merito diventa una colpa

Secondo Ranieri, il lessico politico segue una trasformazione paragonabile a quella descritta dalla seconda legge della termodinamica: i concetti non scompaiono, ma cambiano forma. Così l’antica retorica dell’impegno si sarebbe convertita nell’attuale centralità del “merito”, parola fatta propria sia da esponenti neoliberisti della sinistra sia da Giorgia Meloni, che l’ha inserita persino nella denominazione di un ministero.

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La giornalista considera questa impostazione “esiziale” perché trasferisce sulle persone il peso di problemi prodotti anche da condizioni sociali ed economiche. Chi è precario, non trova una casa a prezzo sostenibile o rinuncia a costruire una famiglia viene indotto a pensare che la responsabilità sia esclusivamente individuale.

La spiegazione implicita diventa allora: “La colpa è tua”. Non hai dimostrato sufficiente resilienza, non hai accumulato abbastanza merito o non ti sei applicato a dovere; in questo modo istituzioni e parti sociali vengono sollevate dal compito di intervenire sulle disuguaglianze.


La lingua perde il suo ponte

Nel confronto con Barbacetto è emersa anche la scomparsa di una funzione un tempo attribuita agli intellettuali: fare da collegamento tra società e politica. In passato, persino formule oggi considerate pompose potevano conferire autorevolezza a chi parlava. È il caso di “nella misura in cui”, espressione passata da Togliatti al Gruppo 63 e poi inserita da Umberto Eco nel linguaggio di un monaco trecentesco di “In nome della rosa”.

Quel registro è stato rimpiazzato da una terminologia manageriale e tecnocratica. Parole come “resilienza”, “mettere a terra” e “punto di caduta”, insieme all’uso improprio di “piuttosto che” con il significato di “oppure”, funzionano spesso come accessori linguistici destinati a “darsi un tono”.

Il risultato, nella lettura proposta da Ranieri, è un discorso che sembra moderno ma allontana chi ascolta. La distanza non nasce soltanto dalla complessità delle parole, bensì dall’incapacità di collegarle a obiettivi concreti e riconoscibili.


Il merito e la Costituzione

Barbacetto ha sintetizzato il problema richiamando il principio secondo cui “chi parla male pensa male”, e ha domandato a Ranieri se il cattivo linguaggio sia causa o conseguenza della cattiva politica. La scrittrice ha indicato Elly Schlein come “l’esempio preclaro di una politica che parla male perché è una cattiva politica”, collegando direttamente le debolezze espressive alle carenze dei programmi.

La critica alla retorica meritocratica investe anche il rapporto con la Costituzione. Per Ranieri, l’idea che ogni esito dipenda dal rendimento del singolo contrasta con l’articolo 3, che afferma la pari dignità sociale, e con il principio che garantisce ai capaci e meritevoli l’accesso ai livelli più alti degli studi “anche se privi di mezzi”.

Ignorare le differenze di partenza significa, in questa prospettiva, trasformare le gerarchie sociali in risultati apparentemente naturali. Il linguaggio della responsabilità individuale finisce così per confermare l’ordine esistente invece di mettere in discussione gli ostacoli che lo producono.

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