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Cultura 3 min di lettura6 giorni fa

Sassella, il vigneto che rinasce: 35mila viti e cantieri in elicottero

ARPEPE guiderà per trent’anni il recupero di circa 7 ettari della Fondazione Fojanini: un intervento complesso che unisce produzione, ricerca e tutela della chiavennasca.

La rinascita della Sassella passa da una sfida tecnica fuori scala: terrazzi da ricostruire, mezzi portati in quota con l’elicottero e un impianto nuovo di zecca da completare entro il 2030. Nel cuore della sottozona valtellinese, ARPEPE ha ottenuto in gestione per trent’anni circa 7 ettari della Fondazione Fojanini, con l’obiettivo di riportare in vita un vigneto storico e, insieme, farne un presidio di ricerca sulla chiavennasca.


Un accordo che cambia gli equilibri

L’intesa sposta gli equilibri nella Sassella storica perché porta ARPEPE a controllare, tra proprietà e affitti, circa 18 ettari nell’area più pregiata della sottozona. La cantina guidata dalla famiglia Pelizzatti Perego dispone già di 15 ettari in Valtellina, distribuiti tra Sassella, Grumello e Inferno, e con questo ingresso rafforza in modo netto la sua presenza nel versante sopra Sondrio.

Il terreno non è solo produttivo, ma anche simbolico. Furono Piero Fojanini prima e Giuseppe poi a trasformare un insieme di piccoli appezzamenti in un grande mosaico vitato, poi destinato a centro didattico e sperimentale dell’Università Cattolica. Oggi quel patrimonio resta alla Fondazione, ma la conduzione passa a un soggetto chiamato non soltanto a coltivarlo, bensì a riportarlo a piena efficienza.


Terreni rifatti quasi da zero

Il cantiere aperto sulla montagna è partito nel 2025 e richiederà diversi anni di lavoro prima di arrivare alla produzione, prevista tra il 2032 e il 2033. La mappatura iniziale, eseguita con droni e rilievi topografici ad alta precisione, ha permesso di censire terrazzi, pendenze, muri a secco, filari e vecchi impianti, costruendo una sorta di archivio digitale del versante.

I numeri danno l’idea della scala dell’intervento: 283 terrazzi, 66.220 metri quadrati di superficie vitata, 4.288 filari e oltre 22 chilometri di sviluppo complessivo. I vecchi impianti sono stati rimossi, le viti estirpate e il suolo preparato con 4 mila quintali di letame organico maturo arrivato dai pascoli valtellinesi.

Su una montagna così impervia persino la concimazione ha richiesto il supporto dell’elicottero. Per lo scasso e il dissodamento, invece, un miniescavatore da dieci quintali è stato movimentato con oltre 70 voli, mentre un escavatore ragno da 70 quintali ha superato più di quaranta muri a secco lungo un dislivello di 200 metri.

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35mila barbatelle e una banca genetica viva

Il passaggio decisivo sarà il nuovo impianto: circa 35 mila barbatelle di nebbiolo verranno messe a dimora seguendo una selezione clonale costruita sul patrimonio genetico studiato dalla Fondazione Fojanini. Ogni pianta sarà registrata terrazzo per terrazzo, così da poter seguire nel dettaglio il comportamento dei diversi cloni e le loro risposte ai microclimi del versante.

Per ARPEPE il progetto ha un valore produttivo, ma anche scientifico. L’idea è farne una banca genetica viva della chiavennasca, con il supporto della Fondazione e attraverso future microvinificazioni che consentano di leggere le differenze tra esposizioni, altitudini e materiale vegetale. In parallelo, il versante sarà monitorato anche digitalmente: georeferenziazione, droni e telecamere multispettrali serviranno a controllare lo stato delle piante e a guidare trattamenti e irrigazione.

«Siamo davvero felici di poter intraprendere questa collaborazione, in continuità con i principi costituenti della Fondazione e in coerenza con la nostra volontà di valorizzare sempre la Valtellina, patrimonio comune», ha spiegato Emanuele Pelizzatti Perego di ARPEPE. Fernando Baruffi, presidente della Fondazione, ha aggiunto che l’ente aveva bisogno di un partner capace di sostenere un intervento molto impegnativo dal punto di vista tecnico ed economico.

La convenzione, in sostanza, libera la Fondazione da una gestione diventata sempre più pesante e le consente di tornare a concentrarsi su ricerca, sperimentazione e formazione. Per la cantina, invece, si tratta di un impegno lungo abbastanza da pensare non alla prossima vendemmia, ma alle generazioni che verranno.

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