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Cultura 3 min di lettura5 giorni fa

Rubio ha due incarichi, ma il nodo vero è un altro: la macchina Trump

La nomina del segretario di Stato a consigliere per la sicurezza nazionale mette in luce un Consiglio ridotto e meno capace di coordinare le decisioni della Casa Bianca.

Marco Rubio ha ottenuto anche l’incarico formale che già svolgeva da oltre un anno, ma la mossa di Donald Trump racconta soprattutto quanto si sia assottigliato il centro di coordinamento della sicurezza nazionale americana. Il segretario di Stato diventa così il primo a sommare i due ruoli dai tempi di Henry Kissinger, mentre l’organismo che dovrebbe tenere insieme la macchina federale appare molto più debole di prima.


Un Consiglio più piccolo e meno influente

Nel 2025 la Casa Bianca ha allontanato decine di funzionari dal Consiglio di sicurezza nazionale, tagliandone il personale di oltre la metà. Il risultato è una struttura più leggera, ma anche meno capace di riunire attorno allo stesso tavolo Dipartimento di Stato, Pentagono, intelligence, Tesoro e le altre agenzie coinvolte.

Il punto, però, non è soltanto organizzativo. Quel Consiglio nasce per evitare che i vari comparti del governo procedano in direzioni diverse, mettendo in comune posizioni e informazioni prima che le questioni arrivino al presidente. Se il meccanismo si indebolisce, cresce lo spazio per chi riesce a parlare in modo diretto con Trump, scavalcando il passaggio comune.


Il coordinamento che Trump non ama

La fragilità del sistema pesa ancora di più perché oggi le minacce non seguono confini netti. Un cyberattacco può avere effetti economici e militari insieme, una campagna di disinformazione può intrecciarsi con l’intelligence, una crisi energetica può diventare leva geopolitica. Senza una visione unificata, ogni agenzia rischia di vedere solo una parte del problema.

A Washington, secondo funzionari ed esperti, il vero limite è che il Consiglio può funzionare solo fino a un certo punto se il presidente non vuole farsi coordinare. Trump, per stile, accentra le decisioni, parla con pochi interlocutori, tiene aperti canali paralleli e cambia linea rapidamente. In un quadro simile, il processo interagenzia dovrebbe essere più forte, non più debole.

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Nel 2025 alcuni episodi hanno mostrato in pratica le conseguenze di questo assetto. Il Pentagono ha aperto una revisione dell’accordo Aukus con Australia e Regno Unito senza che il resto dell’amministrazione fosse preparato; la sospensione delle forniture di armi all’Ucraina decisa da Pete Hegseth è arrivata senza un coordinamento preventivo con la Casa Bianca e ha spiazzato alleati e Congresso; sul Venezuela, infine, Rubio e Richard Grenell hanno portato avanti canali di negoziato diversi con Caracas.


La scommessa su Rubio

La stessa amministrazione ha difeso il ridimensionamento del Consiglio come un modo per tagliare la burocrazia e accelerare le decisioni. Rubio, già nel 2025, aveva sostenuto che l’organismo sarebbe stato messo nelle condizioni migliori per lavorare con le agenzie. Ma la sequenza degli eventi ha mostrato quanto sia difficile conciliare rapidità e coordinamento.

La nuova nomina può essere letta come un tentativo di rimettere ordine. Negli ultimi mesi il segretario di Stato ha allargato la propria influenza dentro il Consiglio e vi ha fatto entrare anche alcuni collaboratori fidati. Resta però una contraddizione evidente: Rubio guida il Dipartimento di Stato e, allo stesso tempo, dovrebbe coordinare gli altri centri della politica estera americana.

Il banco di prova, allora, non sarà il titolo in sé. Sarà capire se il Consiglio di sicurezza nazionale tornerà a svolgere la funzione per cui esiste: costringere i diversi pezzi dell’amministrazione a confrontarsi prima che sia Trump a chiudere la partita.

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