Raimo e il dissenso: «Non posso fare a meno di decostruire
Alla vigilia di inQuiete, la scrittrice racconta il femminismo arrivato da adulta, il rifiuto del consenso maschile e i limiti della sorellanza
«Niente, ma non posso farne a meno». Veronica Raimo risponde così quando le viene chiesto che cosa ricavi dal suo impulso a smontare ogni certezza. L’episodio nasce da un articolo ironico sul desiderio femminile, diventato ormai una definizione capace di comprendere quasi tutto: la sua editor lo aveva apprezzato, chiedendole però perché sentisse sempre il bisogno di decostruire.
Il dissenso passa dalla critica
Per Raimo, anche la parola “sorellanza” non è più automaticamente sinonimo di liberazione. L’idea di stare insieme soltanto in quanto donne le appare insufficiente, soprattutto quando esistono divergenze profonde su molti altri temi. Allo stesso modo, respinge l’etichetta di “letteratura al femminile”: a suo giudizio, non basta che un libro sia scritto da una donna perché possa essere definito femminista.
La scrittrice individua il proprio cambiamento nel momento in cui ha iniziato a sottrarsi alla ricerca dell’approvazione degli uomini. Il suo rifiuto riguarda anche le dinamiche seduttive e i modi paternalistici adottati da uomini che occupano ruoli di potere: «Al mio bisogno del consenso maschile, a certi atteggiamenti seduttivi o paternalistici degli uomini in posizioni di potere».
Una consapevolezza arrivata tardi
Il rapporto con il femminismo, racconta, non è nato durante l’adolescenza. Raimo dice di non aver ricevuto allora una vera educazione politica su questi temi e di non aver incontrato figure femminili capaci di svolgere il ruolo di riferimento. La prima intuizione è maturata circa venti anni fa, anche grazie alla libreria Tuba del Pigneto, diventata per lei uno spazio di confronto con alcune attiviste.
A quell’esperienza si è aggiunta la rilettura degli ambienti che aveva frequentato dopo l’Università. Anche i centri sociali, osserva, riproducevano una gerarchia dominata dagli uomini: i ruoli di comando erano maschili e le questioni riguardanti le donne restavano ai margini. Da lì è emersa la convinzione che libertà e giustizia non possano essere raggiunte individualmente. «La ricerca di giustizia e libertà può essere solo collettiva. Oggi posso non sentirmi sola a dire: “No”».
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Le figure mancate e il festival
Tra le possibili eccezioni ricorda una docente di Inglese del liceo, che proponeva alle studentesse le opere di Virginia Woolf. All’epoca, tuttavia, Raimo era più concentrata sulla fatica di affrontare una lingua straniera che sulla portata delle letture suggerite.
Anche la storia della madre presenta un percorso di emancipazione non trasformato in una consapevolezza esplicita. Originaria di un piccolo paese della Puglia e cresciuta in una famiglia patriarcale, aveva lasciato quel contesto per iscriversi all’Università. Nei ritorni dai parenti, però, Raimo vedeva gli uomini riposare mentre alle donne spettavano le incombenze domestiche; il suo rifiuto di adeguarsi la faceva apparire insolita. Ancora oggi, racconta, sua madre non comprende pienamente che a 48 anni non si sia sposata, non abbia avuto figli e condivida la casa con un’amica anziché con un compagno.
Vincitrice del premio Strega Giovani 2022 con Niente di vero, Raimo ha pubblicato quest’anno per Einaudi anche Non scrivere di me. Sarà lei ad aprire con un monologo inQuiete, manifestazione dedicata alle scrittrici in programma dal 25 al 27 settembre a Roma, nel Pigneto, il quartiere in cui vive. Il tema scelto per questa edizione è la “rivolta”, una parola che per l’autrice richiama anche la possibilità di costruire legami e forme di solidarietà.
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