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Nairobi, la sfida dei popoli indigeni al colonialismo verde

A Nairobi 26 comunità hanno denunciato sfratti, violenze e mercati del carbonio, chiedendo il controllo diretto sulle terre sottratte in nome della conservazione

Il 25 settembre, a Nairobi, oltre 60 rappresentanti indigeni provenienti da 26 popoli, 16 Paesi e 4 continenti hanno unito le proprie voci contro quella che definiscono «conservazione coloniale». Al centro dell’incontro, chiamato Olon, «Our land, Our Natyure», c’è la richiesta di restituire alle comunità il potere di decidere sul futuro dei territori ancestrali.

La loro accusa riguarda parchi naturali, impianti per la transizione energetica, miniere, infrastrutture e progetti legati alla compensazione delle emissioni. Secondo i partecipanti, queste iniziative vengono spesso avviate senza consenso libero, previo e informato e producono conseguenze simili a quelle provocate da sfruttamento forestale, estrazioni di gas e minerali o narcotraffico.


Nairobi apre una nuova contesa

L’incontro ha prodotto la «Dichiarazione Indigena di Nairobi», un documento nel quale i popoli partecipanti rivendicano autodeterminazione, autogoverno e il riconoscimento effettivo dei propri diritti collettivi. «Non aspetteremo oltre che qualcuno li riconosca o ce li conceda: adesso ce li riprendiamo», si legge nel testo sottoscritto durante il summit.

La dichiarazione contesta una tutela della natura guidata dalla finanza, dall’accaparramento dei terreni e dal greenwashing dei grandi inquinatori. Vengono respinti anche i crediti di carbonio, i sistemi di compensazione, i REDD+, i crediti di biodiversità, la geoingegneria e le attività estrattive presentate come interventi di protezione.

I firmatari chiedono inoltre che ogni iniziativa sui loro territori rispetti il principio del Consenso libero, previo e informato, indicato con l’acronimo FPIC. Nel documento si sostiene che la gestione della biodiversità debba essere affidata innanzitutto alle popolazioni che vivono da generazioni in quei luoghi e ne conoscono gli equilibri.


Il costo nascosto dei parchi

La denuncia investe anche il turismo naturalistico. In diversi casi, la creazione di riserve e parchi ha comportato l’allontanamento degli abitanti tradizionali, così da trasformare il paesaggio in uno scenario apparentemente privo di presenza umana, destinato ai visitatori e agli investimenti.

Questa rappresentazione ignora il rapporto storico tra comunità indigene e ambiente. La protezione degli ecosistemi, secondo quanto ricordato nell’incontro, è più efficace quando vengono garantiti i diritti di chi abita quelle terre e considera la tutela della natura una condizione per la propria sopravvivenza.

Nel mirino finiscono anche le organizzazioni della conservazione. Tra quelle citate nella dichiarazione figurano WWF, Wildlife Conservation Society, African Parks, UNESCO, IUCN, Frankfurt Zoological Society, International Big Cat Alliance, Zoological Society of London, Wildlife Alliance, Conservation International, The Nature Conservancy e Northern Rangelands Trust.

Ai finanziatori viene chiesto di interrompere il sostegno ai modelli definiti coloniali e di destinare risorse al rafforzamento dell’autonomia indigena. Le organizzazioni chiamate in causa dovrebbero invece rendere pubblici gli accordi conclusi sui territori autoctoni riguardo a carbonio e biodiversità.

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Terre sottratte e nuove pressioni

I numeri presentati durante il summit descrivono una contesa di dimensioni globali. Oltre 3 milioni di persone indigene in Africa, Asia e Americhe pagherebbero il prezzo della conservazione con la perdita della terra e dei mezzi di sostentamento; centinaia di migliaia sarebbero state espulse in nome di parchi o iniziative ambientali.

La resistenza, secondo la denuncia, può portare a intimidazioni, procedimenti giudiziari, aggressioni, violenze sessuali e uccisioni. Nel frattempo, l’ampliamento delle aree protette e la crescita dei mercati del carbonio aumentano la pressione sui territori comunitari.

Le stime diffuse indicano in 1,5 miliardi di ettari l’estensione delle terre indigene sottratte nel nome della conservazione. Altri 9 milioni di ettari risultano coinvolti in accordi fondiari internazionali collegati alla compensazione delle emissioni.

Il mercato globale dei crediti di carbonio è stato valutato 886,8 miliardi di dollari nel 2025. Le previsioni citate durante l’incontro indicano una possibile crescita fino a una cifra compresa tra 1.223,7 e 6.129,9 miliardi di dollari.


La richiesta di restituzione

Ai governi, la dichiarazione chiede di riconoscere legalmente comunità e territori, annullare i progetti imposti, liberare le persone arrestate per aver difeso le proprie terre e risarcire le perdite subite. Viene inoltre sollecitato il rispetto delle sentenze nazionali e regionali, della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni e della Convenzione 169 dell’OIL.

Tra le richieste compare anche la restituzione delle terre ancestrali sottratte per la realizzazione di parchi e riserve. I rappresentanti domandano che siano riparate le ingiustizie storiche e che gli accordi finanziari legati a carbonio e biodiversità siano sottoposti a piena trasparenza.

Il documento si rivolge infine alle comunità indigene di tutto il mondo, invitandole a coordinare la propria mobilitazione. «Se uno di noi è minacciato, siamo tutti minacciati», affermano i firmatari, indicando nella solidarietà lo strumento per difendere territori, ecosistemi e mezzi di vita.

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