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Cultura 4 min di lettura3 giorni fa

Marina Hedman, 432 pagine per rileggere il mito dell’hard italiano

Il volume di Alessandro Palamà ricostruisce carriera, contesto culturale e trasformazioni dell’industria erotica legate alla celebre attrice svedese

Il libro di Alessandro Palamà non si limita a ripercorrere la carriera di Marina Hedman: attraverso la sua figura ricostruisce un’intera stagione del cinema italiano e dei suoi cambiamenti. L’autore osserva anche il passaggio da un mondo fatto di set, sale e produzioni organizzate a un universo dominato dai contenuti online.

Palamà ha conosciuto Hedman negli anni 80 a Genova e la ricorda come una donna cordiale, ironica e disponibile, lontana dall’atteggiamento da celebrità. Nel suo racconto, questa dimensione umana diventa importante quanto il personaggio pubblico costruito dai film e dai rotocalchi.


Un mito ancora circondato da voci

Oggi Marina Hedman ha 85 anni e vive lontano dall’esposizione mediatica, protetta dai figli. Nel tempo sono circolate numerose versioni sul suo conto: qualcuno l’ha collocata in una Rsa, altri hanno sostenuto di averla incontrata sui viali di Roma, mentre non sono mancate ipotesi sulla sua salute o persino sulla sua morte. Si tratta, però, di racconti privi di conferme.

L’autore invita a non inseguire queste indiscrezioni e a concentrarsi invece sull’eredità lasciata dall’attrice. Secondo questa lettura, i suoi film contribuirono a modificare l’atteggiamento degli italiani verso la sessualità, anche grazie a produzioni dotate di trama, musiche e dialoghi, per quanto talvolta ingenui o involontariamente comici.


Un volume da 432 pagine

La nuova pubblicazione si intitola Marina Hedman. Introduzione allo studio esegetico e riesaminativo con finalità di conservazione e tutela. Il saggio, uscito per Cinema Bis e destinato a un pubblico adulto, conta 432 pagine e nasce da una ricerca molto ampia sulla stampa dell’epoca.

Palamà descrive il proprio lavoro come una ricostruzione condotta con un coinvolgimento da appassionato. L’obiettivo, tuttavia, non è soltanto celebrare la protagonista: il libro usa la sua parabola per raccontare la società italiana, l’industria dello spettacolo e i mutamenti intervenuti negli anni successivi.


Dalla crisi del cinema all’hard

Negli anni 70 il sistema cinematografico nazionale attraversava una fase particolarmente difficile. La commedia sexy rappresentò anche una risposta alla crisi e, con la progressiva introduzione di elementi pornografici, contribuì alla nascita del circuito delle sale specializzate. Il 15 novembre ’77 il Majestic di Milano proiettò il primo film hard, dopo aver programmato fino a quel momento cartoni animati.

In questo scenario si affermò il porno italiano realizzato in pellicola 35 millimetri, un fenomeno che attirò l’attenzione anche fuori dai confini nazionali e negli Usa. Il saggio sostiene che quel modello produttivo sia ormai scomparso, sostituito dalla frammentazione dei contenuti disponibili in rete.

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Prima dell’icona, un’attrice

Hedman arrivò al cinema erotico dopo esperienze in diversi ambiti dello spettacolo. Prima aveva preso parte a circa 50 film non pornografici, con apparizioni o ruoli più consistenti sotto la direzione di Lucio Fulci, Festa Campanile, Dino Risi, Bruno Corbucci e Federico Fellini, in La Città delle donne. La sua immagine comparve anche su Playboy, in fotografie realizzate da Bruno Oliviero.

Il debutto in una scena hard viene individuato in Emmanuelle in America (’76), diretto da Joe D’Amato. Nel volume ogni pellicola viene esaminata insieme alle tappe precedenti della sua attività: teatro, televisione, moda, fumetto e vicende raccontate dalla stampa popolare.


La scelta professionale di Marina

In un’intervista del 1981 a L’Europeo, Hedman spiegò la ragione per cui aveva scelto quel settore: “almeno nell’hard, il produttore non chiede all’attrice di andare a letto con lui”. Una motivazione analoga sarebbe stata poi espressa anche da Moana.

Palamà sottolinea inoltre che la carriera della svedese attraversò quasi tutti i generi cinematografici, con l’eccezione del western. Nel 1998 Hedman rinunciò a partecipare a Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco; dieci anni più tardi respinse anche una proposta per la fiction Carabinieri, ribadendo di essersi ritirata dalla vita pubblica.


Una stagione ormai lontana

La fase successiva, associata soprattutto a Schicchi, ebbe un rapporto più stretto con il successo economico e con la liberalizzazione dell’immagine. Marina, diversamente da Moana, non accumulò grandi ricchezze, pur avendo avuto un ruolo riconoscibile nella diffusione del cinema erotico italiano.

La sua storia personale comprende anche il matrimonio con il giornalista Rai Paolo Frajese. I due si incontrarono in Svezia, dove lei lavorava come modella; dalla loro unione nacquero due figli, ma il rapporto terminò e nel 1985 Frajese ottenne dai giudici che l’ex moglie non potesse più utilizzare il suo cognome. Hedman, nata in Svezia e figlia di un notaio e di una responsabile teatrale di Goteborg, aveva alle spalle anche un primo matrimonio segnato dalla violenza.

La ricostruzione ricorda infine il rilievo pubblico di Frajese, morto nel 2000, noto per il lavoro giornalistico e per alcuni episodi rimasti impressi nella memoria televisiva. Il centro del libro resta però Marina: non una semplice protagonista del cinema a luci rosse, ma una figura attraverso cui leggere costume, spettacolo e trasformazioni sociali italiane.

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