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Cultura 3 min di lettura4 giorni fa

Il tempo non torna: perché Daniele Rielli ha cancellato i social

Con Lo Stregone Daniele Rielli entra nelle cucine stellate per parlare di perfezione, ambizione, paternità e del bisogno di difendere il tempo dalla distrazione digitale.

Per Daniele Rielli il problema non è soltanto quanto tempo abbiamo, ma come scegliamo di spenderlo. Lo scrittore e podcaster ha rimosso i social dal telefono perché li considera un ostacolo alla concentrazione e una fonte di consumo mentale poco utile. La stessa riflessione attraversa Lo Stregone, il suo nuovo romanzo pubblicato da Mondadori, ambientato nel mondo dell’alta ristorazione.


Il tempo va protetto dalle distrazioni

Rielli racconta di avere pochi momenti davvero vuoti, ma di considerarli indispensabili per lavorare e pensare. Le intuizioni, osserva, arrivano spesso quando la mente non è occupata da appuntamenti e incombenze: durante una corsa, su un autobus, nella vasca da bagno o a letto. Sono pause in cui il pensiero può allontanarsi dalla routine e produrre collegamenti inattesi.

La corsa lo aiuta a liberare la testa, mentre la scelta di rinunciare alle applicazioni sociali gli ha permesso di entrare più facilmente nella concentrazione necessaria alla scrittura. Rielli descrive il flusso continuo di contenuti come una sorta di “junk food” mentale, capace di assorbire attenzione senza lasciare molto. A preoccuparlo è anche il modo in cui l’esperienza viene sostituita dalla sua rappresentazione: alcuni ristoranti o luoghi di vacanza sembrano diventare importanti soprattutto quando possono essere trasformati in una fotografia da mostrare agli altri.


Nelle cucine il conflitto cambia forma

Lo Stregone nasce dal desiderio di rinchiudere i personaggi in uno spazio ristretto, regolato da tempi precisi e da una convivenza inevitabile. Per Rielli, una cucina professionale offriva il contesto ideale: un ambiente organizzato, esigente e adatto a far emergere tensioni e fragilità.

L’immaginario di The Bear, con i suoi continui scoppi d’ira, non coincide però del tutto con la realtà descritta dall’autore. «C’è molto silenzio e rispetto: per arrivare al risultato finale è inevitabile avere un'organizzazione molto efficiente», spiega Rielli. I contrasti non scompaiono, ma si manifestano in modo meno evidente rispetto alle urla viste sullo schermo.

Nel libro l’alta cucina diventa così anche il punto di partenza per interrogarsi sull’ossessione della perfezione. La ricerca di un significato assoluto attraverso piatti elaborati e tecniche sofisticate, secondo Rielli, rischia di trasformarsi in una strada senza uscita: il cibo può regalare piacere e meraviglia sensoriale, ma non può risolvere le domande fondamentali dell’esistenza.

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Ambizione, imperfezione e paternità

L’autore individua un senso possibile nell’accettazione dei limiti umani. La perfezione resta un traguardo irraggiungibile, ma può funzionare come direzione verso cui tendere. Da bambino Rielli immaginava di diventare scrittore senza dirlo apertamente, anche perché in provincia quella professione appariva quasi fuori posto; oggi considera un privilegio poter vivere del proprio lavoro.

L’ambizione, ammette, è necessaria per dedicarsi all’arte, ma non dovrebbe coincidere interamente con l’identità di chi crea. A suo giudizio conta soprattutto la solidità dell’opera conclusa, più che l’immagine dell’autore. La paternità ha rafforzato questa consapevolezza: diventare padre gli ha consentito di ridimensionare il proprio ego e di osservare più spesso le situazioni dal punto di vista degli altri.


Gli stessi obiettivi, con un peso diverso

Nel corso degli anni gli obiettivi di Rielli non sono cambiati in modo radicale: restano legati al desiderio di fare bene ciò che ha scelto. È mutato, invece, il rapporto con quei traguardi. L’intensità con cui li insegue è meno assoluta e le priorità appaiono inserite in una prospettiva più ampia.

Anche il timore dello scorrere del tempo si lega alla necessità di creare. Gli esseri umani, osserva, hanno costruito opere e civiltà anche per sfuggire al pensiero della morte; arte e cucina possono diventare un modo per lasciare una traccia e sentirsi ancora vitali. «Il tempo è limitato, e bisogna cercare di farne buon uso», dice Rielli, collegando questa convinzione alla decisione di tenere i social lontani dal telefono.

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