Il labirinto di Eco: il segreto che brucia nella biblioteca
A 40 anni dall’uscita americana del film di Jean-Jacques Annaud, il cuore della storia resta la biblioteca dell’abbazia: un enigma ordinato, fatale e legato a un libro proibito.
Quando le fiamme divorano la biblioteca, non scompaiono soltanto volumi e scaffali: a sparire è un intero universo di sapere tenuto nascosto. Nel film tratto dal romanzo di Umberto Eco, il vero enigma non coincide con la caccia al colpevole, ma con il modo in cui la conoscenza viene custodita, manipolata e resa pericolosa.
Un sapere che diventa minaccia
Il punto più inquietante della vicenda è proprio questo: ciò che dovrebbe essere condiviso viene trasformato in un bene da difendere con ogni mezzo. Al centro di tutto c’è il volume di Aristotele sul riso e sulla commedia, considerato così sovversivo da spingere Jorge, interpretato da Fëdor Fëdorovič Šaljapin, a contaminare le sue pagine con il veleno.
La biblioteca, dunque, non è solo uno sfondo scenografico. Diventa il simbolo di un potere che controlla l’accesso alle idee e al tempo stesso mostra quanto la ricerca della verità possa essere rischiosa, soprattutto quando si avvicina a ciò che qualcuno vuole tenere lontano dagli occhi di tutti.
Il disegno dietro il labirinto
Nella versione di Jean-Jacques Annaud, gli spazi dell’abbazia sono un intreccio di scale, corridoi, aperture e stanze segrete. Tutto è collocato nella parte più elevata dell’Aedificium, dove Guglielmo e Adso si muovono come dentro un rompicapo di pietra, simboli e passaggi difficili da leggere.
Eppure, dietro quell’apparente disordine, c’è una costruzione precisa. Le sale seguono una logica geografica legata al medioevo e ai luoghi di provenienza dei libri. Per questo il labirinto non è casuale: funziona come un codice, e soltanto chi sa interpretarlo può orientarsi davvero al suo interno. Guglielmo ci riesce grazie al ragionamento e all’osservazione, non affidandosi a superstizioni o visioni.
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Un film nato da una lunga convinzione
Jean-Jacques Annaud era certo che Il nome della rosa fosse materia perfetta per il cinema. Lo disse a Eco e si guadagnò la sua fiducia anche per interessi che coltivava da tempo: l’architettura religiosa medievale e la dimestichezza con latino e greco lo avevano avvicinato al libro in modo naturale.
Il progetto gli occupò quattro anni di lavoro, con una cura estrema per ogni elemento. Tra gli aspetti più seguiti c’era proprio il labirinto della biblioteca, attorno a cui ruota l’intera vicenda e che nel film assume una forza visiva capace di inglobare l’intero mistero.
Dal romanzo allo schermo
Il 24 settembre 1986 il film debuttò negli Stati Uniti come kolossal storico, tratto dal bestseller mondiale di Umberto Eco. Al centro della trama ci sono Guglielmo da Baskerville, interpretato da Sean Connery, e il suo novizio Adso, portato sullo schermo da Christian Slater.
I due arrivano in un’abbazia benedettina del XIV secolo per partecipare a una disputa teologica sulla povertà della Chiesa, ma finiscono presto dentro una serie di omicidi. Tutto prende avvio dalla morte sospetta di un monaco miniatore, presentata inizialmente come suicidio, ma circondata da indizi che raccontano altro. Da lì l’indagine porta sempre più vicino alla biblioteca e al suo segreto.
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