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Cultura 2 min di lettura4 giorni fa

Delmore Schwartz: il poeta dell’Atlantico che non smise di bruciare

Tra versi, dipendenze e riconoscimenti di grandi autori, la parabola di Delmore Schwartz finisce in solitudine ma lascia un segno forte nella letteratura americana.

I concerti, le cover e gli omaggi arrivati anni dopo la sua morte dicono quanto Delmore Schwartz abbia continuato a pesare nell’immaginario di musicisti e scrittori. I Velvet Underground, Lou Reed e gli U2 gli hanno dedicato rispettivamente “European Son”, “My House” e “Acrobat”, segno di una fama che ha superato di molto la sua vita tormentata.


Un’eredità che passa anche dalla musica

Quella traccia culturale è rimasta viva anche grazie a Lou Reed, che lo ebbe come docente alla Syracuse University negli anni Sessanta e indicò in “In Dreams Begin Responsibilities” “il più bel racconto breve che sia mai stato scritto”. Il giudizio non fu isolato: il testo, uscito sul primo numero della Partisan Review, ricevette apprezzamenti anche da Nabokov, Eliot e Pound.

Come ricorda Alessandra Calanchi, Schwartz capì molto presto quale sarebbe stata la sua strada: a dodici anni decise di diventare poeta e a vent’anni si definì il “poeta della migrazione atlantica che fece l’America”. Più avanti, in America, America! del 1954, arrivò a descriversi come “poeta laureato dell’Atlantico – dei cuori delle genti che lo attraversano per andare verso la nuova America”.


Il poeta al centro della sua opera

Sebbene avesse interessi ampi e una personalità letteraria molteplice, la poesia rimase il suo centro. Schwartz scrisse anche narrativa, saggi, teatro e critica, ma la sua voce più riconoscibile continuò a emergere nei versi, dove la tensione fra esperienza personale e visione collettiva diventava il tratto dominante.

La sua vita, però, fu segnata da difficoltà pesanti: problemi familiari, alcolismo e schizofrenia lo accompagnarono fino alla fine. Morì d’infarto sull’ambulanza che lo stava portando dal Columbia Hotel di New York, dove viveva solo e quasi dimenticato, verso l’ospedale.

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Una biografia attraversata dalla fragilità

Nato a New York l’8 dicembre 1913 e morto nella stessa città l’11 luglio 1966, Delmore Schwartz apparteneva a una famiglia di origini ebraiche. Nel corso della carriera si mosse tra poesia, narrativa, saggistica, drammaturgia e critica letteraria e cinematografica, costruendo una figura difficile da incasellare ma centrale per la letteratura statunitense del Novecento.

Anche i testi poetici riportati qui mostrano bene questa complessità. In “L’ingombrante orso che cammina con me”, scritto nel 1938, l’animale diventa un doppio del corpo e dell’ansia, una presenza che segue il soggetto sin dal grembo materno e ne altera ogni gesto.


Visioni notturne e corpo inquieto

La stessa tensione attraversa “Baudelaire” del 1959, dove la voce poetica si muove tra debiti, stanchezza, ritardi e richieste di denaro, mescolando confessione e ironia amara. In questo caso il poeta si ritrae dentro una vita quotidiana soffocante, fatta di stanze ammobiliate, malanni e lavoro incessante.

Anche “Nel letto spoglio, nella caverna di Platone”, composto nel 1938, costruisce un paesaggio di veglia e attesa: rumori di strada, riflessi, alba e movimento entrano nella stanza fino a chiudere il quadro con un richiamo alla Storia e alla sua futura redenzione. È in questa oscillazione tra esperienza concreta e visione che Schwartz trova la sua voce più riconoscibile.

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