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Cultura 2 min di lettura5 giorni fa

Dalí a Milano: il lato fashion che ribalta il surrealismo

A Palazzo Reale prende forma un percorso che mostra come abiti, travestimenti e oggetti di scena siano stati centrali nell’immaginario di Salvador Dalí.

A Palazzo Reale, Salvador Dalí viene raccontato da un’angolazione meno prevedibile del solito: non solo pittore surrealista, ma figura ossessionata da abiti, corpi artificiali e messa in scena. La mostra "Dalí e la Moda" mette in relazione il suo universo creativo con lo stile, spostando l’attenzione su una dimensione insieme teatrale e personale.

Il progetto milanese, costruito con la collaborazione della Fundació Gala-Salvador Dalí, porta in primo piano anche il rapporto dell’artista con il travestimento e con la performance. A firmarne il percorso sono Laura Bartolomé e Judith Clark, storica della moda e docente alla University of the Arts di Londra, in un allestimento che punta a restituire la complessità di Dalí senza ridurlo a un semplice nome glamour.


Moda, scena e identità multiple

Nell’esposizione, il confine tra arte e moda viene trattato come una soglia mobile, quasi dissolta. Dalí emerge come autore capace di usare il linguaggio dell’abbigliamento per costruire se stesso, insieme ai propri umori e alle proprie passioni, fino a trasformare il corpo in una sorta di dispositivo scenico.

Un ruolo centrale è affidato anche al vetro, che per lui diventava al tempo stesso "teca e vetrina al contempo". A ciò si aggiungeva l’abitudine a ricorrere a corpi surrogati, una scelta che accompagnò la sua ricerca e che contribuì a renderlo riconoscibile anche nelle apparizioni pubbliche e negli eventi mondani.


I segnali arrivano già dagli anni Venti

La fascinazione per elementi sartoriali non nasce con l’ingresso ufficiale nella couture. Già dalla metà degli anni Venti, le sue opere mostrano interesse per busti, scarpe, manichini e altri oggetti legati al mondo dell’abbigliamento.

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Nel saggio dedicato a San Sebastiano del 1927, Dalí introduce inoltre una distinzione tra manichini quiescenti e manichini viventi, un’idea che oggi si presta bene a leggere anche il suo modo di stare in pubblico. In questa chiave, lo stesso artista finisce per diventare un manichino vivente, cioè una presenza costruita, dichiaratamente esibita.


L’apertura parte da un ricordo d’infanzia

Il percorso si apre con un passo di "Mia vita segreta", l’autobiografia del 1942, in cui Dalí rievoca l’infanzia a scuola. Racconta di essere stato l’unico bambino a indossare "un abitino alla marinara con grosse mostrine dorate e stelle sul berretto", mentre solo lui profumava di "un profumo meraviglioso" e portava "su scarpette ben lucidate i bottoncini d’argento".

Quel frammento introduce bene il tono dell’intera mostra: la costruzione dell’identità attraverso dettagli visivi, materiali e quasi scenografici. A Palazzo Reale, questo aspetto diventa la chiave per leggere Dalí non soltanto come artista del surrealismo, ma come autore che ha fatto dello stile una parte essenziale della propria immagine e della propria opera.

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