Contemporary Istanbul cambia rotta: Asia al centro della fiera
Alla ventunesima edizione, la fiera di Istanbul sposta il baricentro verso l’Asia e usa Tersane come snodo tra scene, mercati e istituzioni diverse.
A Istanbul, Contemporary Istanbul non si limita più a esporre opere: prova a ripensare il proprio ruolo. La ventunesima edizione della fiera di arte contemporanea, aperta fino al 27 settembre 2026 nei nuovi spazi di Tersane Istanbul, mette per la prima volta in campo un programma strutturato dedicato alla scena asiatica.
Ali Güreli, fondatore e presidente della manifestazione, lega questa scelta a un cambio di prospettiva più che a un semplice ampliamento dell’offerta. La fiera, spiega, vuole essere un luogo in cui gallerie, artisti, collezionisti e istituzioni si incontrano senza restare fermi ai consueti equilibri del mercato europeo.
L’Asia come nuova chiave di lettura
Il focus asiatico non nasce in modo improvvisato. Güreli ha spiegato che il progetto si svilupperà nell’arco di due anni e che non è stato semplice costruirlo, anche per via della situazione geopolitica e dei costi di trasporto, assicurazione e logistica. Nonostante questo, il programma è stato portato avanti.
Dentro questa cornice entrano realtà molto diverse tra loro. Tra i nuovi arrivi figurano Pearl Lam Projects, Takato Kano Gallery e Whitestone Gallery, mentre fra gli italiani partecipano Francesca Leone con JD Malat gallery, oltre a Matteo Massagrande e Massimo Giannoni con Pontone.
Le presenze in arrivo dall’Asia, però, non raccontano un blocco omogeneo. Whitestone, per esempio, opera tra Hong Kong, Taipei, Pechino, Tokyo, Singapore e Seul, e la fiera punta proprio a mostrare questa pluralità di scene, mercati e sensibilità.
Tersane allarga la fiera oltre i padiglioni
La sede scelta contribuisce a dare peso all’operazione. Tersane Istanbul, antico arsenale sul Corno d’Oro, è diventata uno dei poli culturali più recenti della città e ospita una parte decisiva del programma insieme a negozi, hotel e ristoranti. Ma la fiera non resta chiusa lì dentro.
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Contemporary Istanbul si intreccia infatti con il resto della settimana artistica cittadina: la Biennale di Istanbul, le gallerie di Beyoğlu e Karaköy, Istanbul Modern progettato da Renzo Piano e spazi come Zeyrek Çinili Hamam, dove è allestita Atlas of Encounters di Alex Červený.
In questo quadro si inseriscono anche le iniziative collaterali. CIF Dialogues e The Long and Winding Road affrontano le trasformazioni dell’arte contemporanea attraverso i rapporti storici e culturali tra Est e Ovest, con ospiti come Akiko Miki, Naz Cuguoğlu, Felix Kwok e Kulapat Yantrasast. CIF Bridges, la piattaforma digitale della Contemporary Istanbul Foundation, segue la stessa direzione con l’incontro Art in Asia Today, che ha riunito Sarp Kerem Yavuz e Nick Buckley Wood.
Fra i nomi più riconoscibili c’è Yayoi Kusama, presente con lavori portati da Whitestone Gallery e Takato Kano Gallery. Accanto a lei trovano spazio artisti meno noti al pubblico occidentale, una scelta che si riflette anche nella sezione New Grounds, riservata alle gallerie giovani e agli emergenti.
Una fiera che vuole tradurre le differenze
Il punto, per Güreli, è far funzionare la fiera come un “traduttore culturale”. Dopo vent’anni, la manifestazione non sembra voler inseguire soltanto la crescita dei numeri, ma piuttosto ridefinire la propria funzione in una geografia dell’arte ormai più ampia di quella dominata in passato da New York, Londra, Parigi e Berlino.
Per questo Istanbul diventa parte integrante del racconto. La sua posizione tra Europa e Asia non è più soltanto un dato geografico: Contemporary Istanbul la usa come strumento per mettere in relazione luoghi e comunità che durante l’anno restano spesso separati. È qui che la fiera prova a costruire il proprio futuro, non scegliendo un solo asse, ma moltiplicando i passaggi possibili.
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