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Cronaca 2 min di lettura3 giorni fa

Truffa da 36 milioni a Fideuram: il finto Messina e l’inganno IA

Paolo Molesini sarebbe caduto in una frode internazionale partita da un messaggio WhatsApp e proseguita con una voce clonata: recuperata all’estero gran parte dei soldi, ma non tutto.

I fondi spariti non sono tutti stati recuperati: almeno 36 milioni di euro restano fuori dal perimetro del denaro rientrato, dopo che una quota rilevante dei circa 95 milioni usciti dalle casse dell’istituto è stata intercettata all’estero. Gli investigatori ora lavorano sulle tracce lasciate dalla conversione in criptovalute, con rogatorie avviate in più Paesi per provare a bloccare il passaggio finale verso la monetizzazione.


La pista delle criptovalute complica il recupero

La sequenza, secondo quanto riferito, si è inceppata quando il denaro è stato trasformato in asset digitali. È proprio lì che si è concentrata la nuova attività degli inquirenti, chiamati a inseguire movimenti finanziari distribuiti tra più giurisdizioni prima che i responsabili riescano a incassare.

La vicenda, emersa oggi, avrebbe potuto produrre danni ancora maggiori. Una parte consistente delle somme sottratte è stata infatti salvata grazie a interventi attivati oltreconfine e alla collaborazione con la Procura di Milano, che ha permesso di arginare almeno in parte l’uscita di capitale.


Il messaggio che ha aperto la trappola

La frode risale a febbraio e ha avuto come bersaglio Paolo Molesini, allora presidente di Fideuram, controllata di Intesa. Tutto sarebbe cominciato con un messaggio WhatsApp che sembrava arrivare da Carlo Messina, amministratore delegato della capogruppo Intesa.

Nel testo, il falso Messina avrebbe sostenuto che serviva un passaggio urgente tramite la tesoreria di Fideuram per non perdere all’estero un’operazione finanziaria utile al gruppo. La richiesta veniva presentata come necessaria per motivi pratici che avrebbero impedito a Intesa di agire autonomamente.

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La voce clonata di un avvocato conosciuto

Dopo quel primo contatto, il gruppo avrebbe inscenato un secondo passaggio per rendere l’operazione più credibile. Questa volta a “chiamare” Molesini sarebbe stato Paolo Nastasi, managing partner di A&O Shearman Italia, figura del tutto estranea ai fatti e usata soltanto come intermediario fittizio.

La scelta non era casuale: si trattava di un professionista che il dirigente conosceva già. La somiglianza della voce, però, non era reale: secondo la ricostruzione, sarebbe stata riprodotta con strumenti di intelligenza artificiale, abbastanza bene da ingannare l’interlocutore.


I bonifici e il contraccolpo finale

A quel punto sarebbero partiti i trasferimenti di denaro, indirizzati soprattutto verso Cina e Hong Kong. Solo in seguito è scattato l’allarme che ha portato Fideuram ad attivare i meccanismi di cooperazione bancaria internazionale.

Il sistema di risposta ha consentito di recuperare buona parte del bottino, ma non l’intera somma. Il residuo, indicato in almeno 36 milioni di euro, resta al centro delle verifiche, mentre gli investigatori cercano di ricostruire ogni passaggio della rete utilizzata per la truffa.

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