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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Stride, il 14% dei pazienti è vivo dopo 7 anni

I dati dello studio Himalaya mostrano benefici prolungati e nessun nuovo effetto avverso grave attribuito alla terapia.

Il 14% dei pazienti con epatocarcinoma avanzato trattati con Stride era ancora vivo dopo sette anni. La percentuale raggiunge il 20% includendo anche chi ha mantenuto la malattia sotto controllo.

I risultati arrivano dall’analisi a lungo termine dello studio di fase 3 Himalaya, presentata al congresso della Società europea di oncologia medica, concluso oggi a Madrid. I dati sono stati illustrati da Lorenza Rimassa, oncologa dell’Humanitas University e responsabile dell’Unità operativa di Oncologia epatobiliopancreatica dell’Irccs Istituto clinico Humanitas di Rozzano.

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La durata del beneficio

«Il 14% dei pazienti con epatocarcinoma in stadio avanzato trattati con la combinazione di immunoterapia Stride è vivo a 7 anni», ha spiegato Rimassa. Secondo l’oncologa, il dato relativo al controllo della malattia porta la quota al 20% e supera quanto osservato in passato nei pazienti con tumore epatico avanzato sopravvissuti a lungo termine.

Stride viene già impiegata nella pratica clinica. L’aggiornamento dello studio indica che, per una parte dei malati, il controllo della patologia e la sopravvivenza possono proseguire per molti anni dopo l’inizio del trattamento.


Sicurezza nel lungo periodo

L’analisi condotta a sette anni non ha rilevato nuovi eventi avversi gravi attribuiti alla terapia. Gli effetti indesiderati associati al trattamento si sono concentrati soprattutto nelle fasi iniziali, un elemento che contribuisce a definire la tollerabilità nel tempo.

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«Nell’analisi a 7 anni non sono stati osservati nuovi eventi avversi seri attribuiti alla terapia», ha sottolineato Rimassa durante l’incontro di Madrid. I risultati, quindi, non hanno evidenziato segnali di sicurezza inediti nel periodo più lungo di osservazione.


Come funzionava lo studio

La combinazione prevedeva tremelimumab in una sola somministrazione iniziale e durvalumab nelle fasi successive. Il confronto era con sorafenib, farmaco utilizzato nel trattamento dell’epatocarcinoma avanzato.

La ricerca ha coinvolto persone per le quali non erano possibili procedure dirette sul tumore, come alcuni interventi chirurgici o trattamenti locoregionali. I partecipanti avevano una buona funzionalità epatica, ma l’analisi dei sottogruppi ha mostrato un beneficio di Stride anche tra chi presentava una funzione del fegato meno favorevole, sempre nei limiti delle caratteristiche dei pazienti inclusi nello studio.

Rimassa ha osservato che il dato sulla sopravvivenza prolungata non era finora disponibile per altre combinazioni e sostiene l’impiego della terapia anche nei pazienti con funzionalità epatica non ottimale, purché rientrino nel perimetro della popolazione studiata.

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