Spot presidenziali con fondi pubblici: la difesa di Trump non chiude il caso
Tre video televisivi costati oltre 1,5 milioni di dollari hanno riacceso il confronto sull’uso delle risorse federali e sui confini tra informazione istituzionale e propaganda.
«Non preoccupatevi: usare denaro pubblico per una campagna pubblicitaria del presidente è già accaduto ed è perfettamente legale, in una repubblica delle banane». Con questa battuta, il deputato conservatore Thomas Massie ha ironizzato sulla vicenda che coinvolge Donald Trump, mentre negli Stati Uniti cresce il sospetto che fondi federali siano stati impiegati per promuovere l’immagine e le politiche del presidente.
Le norme che alimentano il caso
Al centro della disputa ci sono innanzitutto le Federal Appropriations Laws. Le norme vietano di destinare stanziamenti approvati dal Congresso ad attività di propaganda, autocelebrazione o comunicazione politica di parte. Secondo i critici, i filmati non si limiterebbero a informare la popolazione, ma esalterebbero direttamente l’operato dell’amministrazione.
Un secondo riferimento è l’Hatch Act, che limita il coinvolgimento dei dipendenti dell’esecutivo federale in iniziative politiche o elettorali mentre svolgono le loro funzioni. A questo si aggiungono gli obblighi di trasparenza fissati dalla Federal Communications Commission per le emittenti televisive e le piattaforme pubblicitarie.
La Casa Bianca respinge le accuse
L’amministrazione ha contestato l’intera ricostruzione. Steven Cheung, direttore della comunicazione, ha definito le critiche «altamente disoneste» e ha accusato i detrattori di diffondere notizie false.
In una nota intitolata «Gli annunci di servizio pubblico presidenziali non sono una novità», la Casa Bianca ha sostenuto che i video rientrino nella comunicazione di pubblica utilità. «Servono a ricordare agli americani di amare il loro Paese e di comprendere ciò che lo rende degno di essere difeso», si legge nella difesa dell’amministrazione.
Cosa mostrano i tre video
Il materiale trasmesso comprende tre produzioni differenti. Una utilizza la canzone “Love me” insieme a immagini di Trump; un’altra ripropone il discorso pronunciato al Monte Rushmore per il 250° anniversario degli Stati Uniti.
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Il terzo filmato alterna fotografie e registrazioni del presidente a messaggi contro comunismo e socialismo. Le scritte sovrapposte presentano inoltre come risultati dell’amministrazione alcune delle sue principali politiche. Secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, per acquistare gli spazi sarebbero state utilizzate anche risorse assegnate alla Customs and Border Protection, l’agenzia incaricata della sicurezza delle frontiere.
Le proteste arrivano da più fronti
Le contestazioni non provengono soltanto dai democratici. L’organizzazione Public Citizen e alcuni esponenti dell’opposizione hanno presentato esposti, descrivendo l’operazione come «spudorata ed eticamente inaccettabile». Jamie Raskin ha ipotizzato che l’uso dei fondi possa configurare appropriazione indebita e furto di beni pubblici per finalità elettorali.
Anche nel Partito Repubblicano sono emerse perplessità. John Thune ha riconosciuto di apprezzare il messaggio dei filmati, ma ha escluso che il loro costo dovesse ricadere sui contribuenti; John Cornyn ha criticato a sua volta la strategia. Il caso è esploso con la diffusione degli spot su varie reti televisive, anche durante incontri della NFL, in una fase vicina alle elezioni di medio termine.
La Casa Bianca replica che i video non avrebbero natura elettorale perché non invitano esplicitamente a votare e Trump non compare come candidato sulle schede. A sostegno della propria posizione, l’amministrazione ha ricordato precedenti annunci istituzionali associati a Woodrow Wilson, Franklin D. Roosevelt, Barack Obama per Obamacare e Joe Biden per le vaccinazioni contro il Covid.
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