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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Shalabayeva, processo da rifare per cinque poliziotti: ma non allo stesso modo

Il procuratore generale della Cassazione distingue le posizioni dei vertici della Mobile da quelle dei funzionari dell’Immigrazione nella vicenda del 2013

La vicenda Shalabayeva potrebbe tornare davanti ai giudici d’appello, ma con valutazioni differenti per i cinque poliziotti coinvolti. Il procuratore generale della Cassazione Alessandro Cimmino ha infatti chiesto di riaprire il procedimento con limiti diversi a seconda dei ruoli ricoperti durante i fatti del 2013.

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Dolo escluso per la Squadra Mobile

Per l’ex dirigente della Squadra Mobile di Roma Renato Cortese e per i funzionari Luca Armeni e Francesco Stampacchia, la richiesta riguarda soltanto l’accusa relativa alla figlia di Alma Shalabayeva. Secondo il procuratore generale, non sarebbe stata dimostrata la volontà dolosa alla base del sequestro della minore.

Questa valutazione esclude anche il riconoscimento del concorso nel reato contestato ai tre esponenti della Mobile. Il nuovo passaggio in appello dovrebbe quindi concentrarsi esclusivamente su questo punto, senza estendere l’esame all’intera vicenda.


Per l’Immigrazione resta il dolo

Diversa la posizione dell’ex responsabile dell’Ufficio Immigrazione Maurizio Improta e del funzionario Vincenzo Tramma. Per loro Cimmino ha sollecitato un ulteriore giudizio limitato alle attenuanti generiche, ritenendo invece ancora presente l’elemento intenzionale nel sequestro della bambina.

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La richiesta del procuratore generale non cancella però un altro capitolo del procedimento. Per tutti e cinque gli imputati è stato chiesto di riconoscere la prescrizione dell’accusa riguardante il sequestro di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako.


La distinzione al centro del ricorso

Il nodo sottoposto alla Cassazione riguarda dunque soprattutto il diverso peso attribuito alle condotte della Squadra Mobile e dell’Immigrazione. Da una parte viene contestata la prova dell’intenzione criminale; dall’altra, il dolo viene considerato sussistente e resta da valutare soltanto il trattamento sanzionatorio legato alle attenuanti.

La decisione finale spetterà ai giudici, chiamati a stabilire se accogliere la richiesta di un nuovo appello e in quale perimetro dovrà svolgersi il giudizio. La vicenda trae origine dall’intervento del 2013 che coinvolse Alma Shalabayeva e la figlia.

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