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Cronaca 2 min di lettura2 ott

Sanità divisa, il nodo è l’uguaglianza: cosa resta del Titolo V

Il libro La salute contesa riaccende il confronto su autonomie regionali, accesso alle cure e collaborazione tra Stato e territori.

Quando curarsi fuori dalla propria regione diventa l’unico modo per ottenere anche una prestazione ordinaria, la libertà di scelta lascia spazio a una disuguaglianza concreta. È questo uno dei punti emersi al Senato, dove una tavola rotonda ha discusso i risultati e le criticità di venticinque anni di regionalismo sanitario.


La mobilità rivela le disuguaglianze

Il confronto ha preso spunto dal volume “La salute contesa. La metamorfosi silenziosa della tutela della salute a 25 anni dal Titolo V”, realizzato da Francesco Clementi e Antonio Gaudioso per Il pensiero scientifico. L’incontro è stato promosso dal senatore di Fratelli d'Italia Franco Zaffini e dalla senatrice del Partito Democratico Sandra Zampa, con la collaborazione di Fondazione Roche.

Tra gli argomenti affrontati c’è stato il cosiddetto “turismo sanitario” tra regioni. Gli spostamenti possono essere normali quando consentono al paziente di scegliere una struttura o di accedere a cure altamente specialistiche; diventano invece il segnale di una frattura del sistema se riguardano esami e trattamenti di base che non sono disponibili, o non lo sono in tempi adeguati, nel territorio di residenza.


Stato e Regioni cercano un equilibrio

Il dibattito ha riguardato anche la distribuzione delle responsabilità istituzionali: dalla definizione dei livelli essenziali di assistenza alla pianificazione dei servizi, fino alla capacità delle amministrazioni di rispondere in modo omogeneo ai bisogni della popolazione. Per Antonio Gaudioso, docente di gestione sanitaria alla Luiss Guido Carli, il modello nato per avvicinare le decisioni ai cittadini ha mostrato potenzialità, ma anche lacune ancora irrisolte.

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Gaudioso ha sottolineato che il contrasto tra amministrazioni centrali e regionali può trasformarsi in un danno diretto per i cittadini. La collaborazione tra i diversi livelli di governo, ha spiegato, non dovrebbe limitarsi a una procedura formale: deve diventare una garanzia concreta del diritto alla salute. Tra le proposte indicate c’è una revisione del funzionamento delle intese in Conferenza Stato-Regioni, così da evitare che l’unanimità si trasformi in un potere di blocco e permettere decisioni più rapide e condivise.


L’autonomia misurata dai risultati

Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico italiano e comparato alla Sapienza Università di Roma, ha ricondotto il titolo del libro al difficile bilanciamento tra esigenze diverse: cure universali e sostenibilità economica, autonomia locale e unità nazionale, innovazione e parità nell’accesso. Il riferimento resta l’articolo 32 della Costituzione, che riconosce la salute come diritto fondamentale.

Secondo Clementi, la Corte costituzionale ha contribuito a definire una linea di equilibrio, ricordando che l’autonomia non può prescindere dalla possibilità per tutti di beneficiare effettivamente dei diritti. La responsabilità di trasformare questo principio in decisioni operative spetta però al Parlamento e alle assemblee regionali. L’autonomia, in questa prospettiva, non si valuta dal numero di competenze richieste, ma dalla capacità di garantire servizi, professionisti, strumenti tecnologici e collegamenti assistenziali adeguati.

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