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Cronaca 5 min di lettura6 ore fa

Salari, tasse e lavoro: il bilancio che mette alla prova Meloni

Dai redditi all’occupazione, passando per pressione fiscale e crescita: i numeri delineano un quadro fatto di recuperi, limiti e nuove incognite.

Il giudizio sui quattro anni del governo guidato da Giorgia Meloni passa soprattutto da una domanda concreta: alla fine, la condizione economica degli italiani è migliorata oppure no? Le risposte cambiano a seconda dell’indicatore scelto, perché accanto a più occupati e a qualche beneficio fiscale restano una crescita debole, una pressione tributaria più elevata e salari che hanno appena tenuto il passo con i prezzi.

A complicare il quadro ci sono stati eventi esterni difficili da governare: l’invasione russa dell’Ucraina, la guerra di Hormuz, i dazi annunciati da Trump e gli effetti ritardati del Covid. A questi fattori si aggiungono i costi ancora presenti del superbonus e, sul versante opposto, le risorse del Pnrr, distribuite tra finanziamenti da restituire e contributi a fondo perduto.


Il portafoglio recupera, ma senza slancio

Il confronto tra stipendi e costo della vita offre una prima indicazione. Dal 2023 alla metà del 2026, secondo i dati Istat, le retribuzioni contrattuali sono aumentate di circa il 12%, mentre nello stesso intervallo l’inflazione ha raggiunto un livello analogo. In termini di potere d’acquisto, quindi, il risultato dei salari contrattuali è stato sostanzialmente neutro.

Il reddito complessivo delle famiglie presenta invece un andamento più favorevole. Dopo la diminuzione dell’1,6% registrata nel 2023, il dato è cresciuto del 4,1% nel 2024 e dello 0,9% nel 2025, recuperando parte della perdita subita nel 2022 con l’impennata dei prezzi.

La dinamica di lungo periodo resta tuttavia problematica. Tra il 2014 e il 2024 l’Italia è stata l’ultima tra i Paesi Ocse per andamento dei salari: la media dell’organizzazione è salita dell’1,4%, mentre il dato italiano è sceso del 6,9%. Non si può attribuire questa tendenza esclusivamente all’esecutivo Meloni, perché era già evidente prima del suo insediamento; allo stesso tempo, il governo non è riuscito a modificarla in modo significativo.


Più occupati, crescita ancora debole

Il mercato del lavoro è l’ambito in cui l’esecutivo rivendica i risultati più visibili. Gli occupati sono aumentati di 790mila unità, il tasso di occupazione è cresciuto dell’1,7%, mentre disoccupazione e inattività sono diminuite rispettivamente dell’1,9% e dello 0,5%.

La composizione del risultato, però, richiede qualche precisazione. L’incremento ha riguardato soprattutto le persone oltre i 50 anni, anche per effetto dell’innalzamento dell’età pensionabile collegato alla legge Fornero. Non si è verificata, invece, una crescita trainata dal lavoro a termine: i contratti a tempo indeterminato sono aumentati e quelli temporanei si sono ridotti.

Il dato più preoccupante riguarda i giovani. L’occupazione è salita in tutte le fasce anagrafiche tranne quella dei più giovani, segnalando che il miglioramento generale non ha coinvolto allo stesso modo l’intero mercato del lavoro.

Questi numeri non si sono tradotti in una crescita economica altrettanto robusta. Tra il 2023 e il 2026, sulla base del dato tendenziale, il Pil reale italiano è aumentato del 2,6%, contro il 3,5% dell’area euro, il 4,1% dell’Unione europea e il 5,9% dell’Ocse.

Il rallentamento è emerso dopo un 2023 ancora relativamente positivo: in quell’anno l’Italia aveva segnato un incremento dello 0,9%, superiore allo 0,4% dell’area euro e dell’Unione europea, anche grazie alla spinta ereditata dalla fase Draghi. In seguito il ritmo è diminuito. Il divario tra più occupati e maggiore produzione suggerisce che il Paese abbia creato posti di lavoro senza riuscire a far crescere nella stessa misura produttività e attività economica.

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Tasse più alte e margini ridotti

La pressione fiscale complessiva racconta un’altra parte della storia. Dopo una riduzione nel 2023, il rapporto tra entrate fiscali e Pil è tornato a salire, arrivando nel 2025 al 42,9%, dal 41,7% del 2022. Il dato comprende imposte dirette e indirette, tributi in conto capitale e contributi sociali: indica quindi il peso complessivo del prelievo, non quanto ciascun contribuente versa individualmente.

Per valutare l’effetto sulle singole buste paga bisogna considerare gli sgravi e la riduzione del cuneo fiscale introdotti negli ultimi anni. Con un reddito annuo lordo di 30mila euro, il netto è passato da 22.700 a 23.900 euro tra il 2022 e il 2025, con un incremento di 1.200 euro. Per chi guadagna 40mila euro l’aumento è stato di 720 euro, mentre con 50mila euro si è fermato a 260.

Il governo ha presentato anche la riduzione del bollo auto come un primo passo verso un alleggerimento delle imposte. Sul piano generale, però, il prelievo sul prodotto interno lordo è aumentato. La distanza tra il vantaggio ottenuto da alcuni lavoratori e il quadro complessivo della fiscalità resta quindi evidente.

Nel frattempo, l’esecutivo ha dovuto fronteggiare rincari energetici e inflazione alimentata da fattori esterni. Le possibilità di intervento erano limitate alla mitigazione degli effetti, attraverso iniziative come l’operazione Eni-carburanti e i viaggi compiuti da Giorgia Meloni in Africa tra il 2022 e il 2023 per cercare nuovi fornitori di energia.


Bruxelles restringe lo spazio di manovra

Anche il margine politico per una prossima manovra più espansiva si è ridotto. Il disavanzo è stato calcolato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia del 3% necessaria per uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo. Questa differenza ha reso più difficile ipotizzare interventi come il taglio degli scaglioni Irpef, un regime fiscale agevolato per i giovani, la detassazione delle tredicesime e ulteriori misure a favore dei lavoratori autonomi.

All’interno della maggioranza qualcuno ha iniziato a chiedere un ricorso allo scostamento di bilancio. La decisione dipenderà anche dal Documento di economia e finanza che Giancarlo Giorgetti dovrà predisporre e trasmettere a Bruxelles.

Il confronto sulle prospettive resta aperto pure per il 2027. Giorgia Meloni e Giorgetti hanno indicato una crescita dell’1%, mentre la Commissione europea stima per l’Italia soltanto lo 0,6%. Nella stessa previsione la Germania è al +0,9%, la Francia all’1,1%, la Spagna all’1,9% e la media dell’Unione europea all’1,4%.

Tra gli indicatori ancora da valutare c’è infine la spesa pubblica per i servizi essenziali, a partire dalla sanità. Il finanziamento statale del Servizio sanitario nazionale risulta diminuito, un elemento utilizzato dall’opposizione per collegare le scelte del governo ai disservizi e all’allungamento dei tempi delle liste d’attesa.

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