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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Rumori, dispetti e un’accusa pesante: a processo per la guerra in condominio

A Mondovì il pubblico ministero ha chiesto 10 mesi per una donna accusata di atti persecutori e violenza privata ai danni dei vicini.

La sentenza è attesa il prossimo 19 ottobre, ma al centro del procedimento ci sono già mesi di contrasti tra vicini a Mondovì, nel Cuneese. Il pubblico ministero ha sollecitato una condanna a 10 mesi per una donna accusata di atti persecutori in ambito condominiale e violenza privata.


Una convivenza segnata dai contrasti

Secondo la ricostruzione dell’accusa, la donna avrebbe reagito ai rumori provenienti dall’appartamento confinante con una serie di comportamenti ripetuti. Tra le lamentele ci sarebbe anche quella per lo sciacquone azionato durante la notte, oltre a colpi inferti contro pareti e soffitti e a ripetuti rumori provocati per richiamare l’attenzione della famiglia vicina.

Le persone offese hanno riferito anche di pacchi postali fatti sparire, rifiuti lasciati sulle scale private e materiali disseminati negli spazi comuni, tra cui sale e aghi di pino. Per il pubblico ministero, l’insieme degli episodi avrebbe creato una situazione di pressione continua e di forte tensione nel contesto abitativo.


L’episodio contestato in strada

L’accusa più grave riguarda il figlio della famiglia vicina. La donna avrebbe frenato bruscamente con la propria automobile mentre il ragazzo transitava in strada a bordo di un motorino, con il rischio di provocarne la caduta: da questo episodio è nata anche la contestazione di violenza privata.

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Nel corso del procedimento è stato riferito inoltre di urla, colpi contro il muro e atteggiamenti ritenuti intimidatori. La difesa contesta la lettura complessiva dei fatti e sostiene che l’imputata avrebbe agito per proteggere la figlia, una persona con grave disabilità che, secondo la sua versione, avrebbe bisogno di vivere in condizioni di assoluta tranquillità.


L’insulto dialettale al vicino

Tra gli aspetti discussi in aula c’è anche l’uso dell’espressione dialettale “piciu”, rivolta, secondo l’accusa, a uno dei vicini. La difesa ha riconosciuto il carattere offensivo del termine, sostenendo però che si tratterebbe di un’espressione ormai comune e priva, in quel contesto, di una concreta rilevanza ingiuriosa.

La decisione spetterà al giudice il 19 ottobre. Fino a quel momento, le responsabilità contestate alla donna restano oggetto del procedimento e dovranno essere valutate alla luce degli elementi raccolti in aula.

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