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Cronaca 3 min di lettura2 giorni fa

Roast in Peace 2, il prezzo dell’ironia: quanto conta il cachet

La nuova stagione funziona meglio della prima, ma solleva una domanda sul confine tra comicità feroce, consenso e potere economico delle piattaforme.

La seconda stagione di “Roast in Peace” sembra aver trovato il ritmo che mancava all’esordio. Il cast appare più affiatato, Max Angioni aggiunge energia e il confronto con i protagonisti della prima edizione mette in evidenza una maggiore naturalezza sul palco.

Il punto più interessante, però, non riguarda soltanto le battute riuscite. Dietro le risate resta una questione meno leggera: quanto cambia il giudizio sulle offese quando chi le riceve è pagato per ascoltarle?


Quando l’insulto diventa spettacolo

Nel programma finiscono nel mirino temi delicati come la morte, le malattie, le droghe e la chirurgia estetica. Fedez, Giuseppe Cruciani, Alessandro Borghese, Simona Ventura e Asia Argento possono replicare, ma il loro spazio di risposta appare molto più contenuto rispetto alla quantità e alla durezza degli attacchi ricevuti.

Michela Giraud, intervenuta a “Tv Talk”, ha riassunto la dinamica con una frase rimasta particolarmente netta: “Con Rip vogliamo mandare come messaggio quello che tu mi puoi dire delle cose, ma io te ne do il triplo”. Il problema è che, una volta terminato lo show, a circolare sono soprattutto le battute dei comici: le repliche dei personaggi coinvolti lasciano molto meno traccia tra clip, reel e rilanci sui social.


Il cachet cambia il confine

La trasmissione sembra quindi suggerire che quasi tutto possa essere trasformato in materiale comico, purché esista un accordo economico a proteggerlo. La stessa frase pronunciata da un utente qualsiasi sui social, senza palco, produzione e compenso, probabilmente provocherebbe una reazione molto diversa: indignazione, richieste di rimozione e possibili iniziative legali.

È il contesto, più della singola battuta, a stabilire chi venga considerato un autore brillante e chi invece un semplice hater. Il budget evocato scherzosamente durante le puntate diventa così una sorta di linea di demarcazione: consente allo show di spingersi oltre, mentre altrove gli stessi contenuti incontrerebbero limiti molto più rigidi.

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Anche i bersagli fissano regole

La libertà dei comici, comunque, non è assoluta. Prima delle registrazioni vengono condivisi alcuni argomenti generali, così i protagonisti possono preparare le proprie reazioni e stabilire quali temi non vogliono affrontare in modo insistente.

Selvaggia Lucarelli lo aveva raccontato nel 2025, sempre a “Tv Talk”, spiegando che le erano stati comunicati ambiti come carriera, lavoro e relazioni sentimentali. Dopo aver saputo che diversi comici avrebbero concentrato le battute sui suoi ex, aveva posto un limite preciso: “Al quinto comico che mi era stato riferito che avrebbe fatto battute sui miei ex ho detto ‘no, non vengo’. La mia identità non voglio che sia legata ai miei ex fidanzati”.


Una terza stagione resta possibile

Il bilancio televisivo, nel complesso, è positivo: il seguito appare più efficace del primo capitolo e il programma ha trovato interpreti più sciolti. Proprio per questo la prosecuzione della serie non sarebbe sorprendente.

Resta però fuori luogo trasformare “Roast in Peace” in una lezione generale sul comportamento o sulla libertà di dire qualsiasi cosa. Il format funziona dentro regole precise, sostenute dalla produzione, dal consenso dei partecipanti e dal compenso: senza quei presupposti, la stessa ferocia avrebbe probabilmente un altro nome e conseguenze molto diverse.

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