Ricina a Pietracatella, Di Vita rompe il silenzio: cosa dice agli investigatori
Il padre e marito delle due donne coinvolte nel caso di Pietracatella esclude di aver temuto per la propria vita o per quella dei familiari.
«Lasciamo fare agli investigatori, sanno molte più cose di quello che immaginiamo». Gianni Di Vita risponde così alle domande sull’inchiesta relativa all’avvelenamento con ricina avvenuto a Pietracatella, senza aggiungere elementi sulle indagini in corso.
L’uomo è stato incontrato al cimitero del paese, dove ha scelto di mantenere un atteggiamento prudente. Le sue parole indicano la volontà di affidarsi agli inquirenti e di non commentare pubblicamente gli sviluppi del caso.
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Il riserbo sull’inchiesta
Di Vita non entra nel merito delle verifiche condotte dagli investigatori. Alla richiesta di chiarimenti, si limita a sottolineare che gli inquirenti dispongono di informazioni più ampie di quelle conosciute all’esterno.
Il suo intervento resta quindi circoscritto a una breve dichiarazione, senza riferimenti a possibili responsabili o a ricostruzioni dell’accaduto. L’indagine prosegue mentre la famiglia attende ulteriori chiarimenti.
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Nessun timore per i familiari
Nel colloquio, Di Vita respinge anche l’ipotesi di aver pensato che qualcuno volesse colpire direttamente lui. «Non ho mai creduto che volessero uccidermi», afferma, prendendo le distanze da una simile interpretazione.
La stessa valutazione, aggiunge, riguarda la moglie e la figlia, le due donne avvelenate con la ricina. «Non ho mai pensato che volessero uccidere mia figlia e mia moglie», spiega, confermando di non aver attribuito all’episodio un intento omicida nei confronti della famiglia.
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