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Cronaca 3 min di lettura47 min fa

Regeni, l’appello può slittare: sul caso incombe la prescrizione

Le provvisionali per la famiglia e la Presidenza del Consiglio sono già esecutive, mentre la difesa degli imputati valuta un nuovo passaggio davanti alla Consulta

La sentenza sul caso Giulio Regeni non chiude il capitolo dei risarcimenti: la Corte ha riconosciuto somme immediatamente esigibili ai familiari e alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Ora l’Avvocatura dello Stato dovrà provare a rintracciare i tre condannati e a recuperare gli importi stabiliti.

Per il padre e la madre di Regeni sono stati fissati 200 mila euro ciascuno. Alla sorella Irene spettano 100 mila euro, mentre 150 mila euro sono stati assegnati a Palazzo Chigi.


I risarcimenti restano difficili da ottenere

L’esecuzione delle provvisionali non appare automatica, perché i tre imputati egiziani non si trovano in Italia. Sarà quindi l’Avvocatura dello Stato a dover individuare i destinatari della decisione e a mettere in campo le procedure necessarie per ottenere il pagamento.

Sul fronte giudiziario, anche la Procura non ha ancora deciso se contestare la sentenza. I magistrati attendono di esaminare le motivazioni, attese tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, per valutare sia le condanne sia l’assoluzione del quarto imputato.

La Procura ha definito il verdetto storico, ma la scelta di presentare un’impugnazione sarà presa soltanto dopo l’analisi delle argomentazioni utilizzate dalla Corte d’Assise.


La difesa prepara una nuova battaglia

I difensori d’ufficio dei tre ufficiali condannati intendono invece ricorrere in appello. La possibilità di impugnare la decisione è legata al deposito delle motivazioni: da quel momento decorrerà un termine di circa 30 giorni per presentare l’atto.

La posizione processuale degli imputati rende però il passaggio particolarmente complesso. Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed sono stati giudicati assenti, mentre il generale Tariq Sabir è uscito dal procedimento con un’assoluzione.

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I legali potrebbero chiedere ai giudici di investire nuovamente la Corte Costituzionale. Nel mirino ci sono le norme della riforma Cartabia e, in particolare, l’articolo 581, che impedisce al difensore di un imputato assente di proporre ricorso senza una procura speciale sottoscritta dall’interessato.

Secondo la tesi della difesa, questo vincolo potrebbe comprimere il diritto a contestare la sentenza. La questione si aggiungerebbe ai precedenti interventi della Consulta riguardanti l’assenza degli imputati e le consulenze di parte.


Il calendario ora preoccupa

Un nuovo esame costituzionale potrebbe dilatare ulteriormente i tempi. L’eventuale processo di secondo grado rischia di non partire prima di due anni e il procedimento potrebbe andare oltre il 2027.

A quel punto entra in gioco anche la prescrizione del sequestro di persona. Per questo reato il termine ordinario è di 12 anni e mezzo dalla contestazione dei fatti, collocati nel gennaio 2016: senza sospensioni, la scadenza sarebbe il 2 agosto 2028.

Nel calcolo, tuttavia, devono essere considerate le interruzioni maturate durante il procedimento. Tra queste figurano il periodo compreso tra aprile 2022 e la ripresa del processo nel 2023, legato all’assenza degli imputati, e la sospensione collegata alla questione costituzionale definita con la sentenza del 2026.

La somma di questi arresti procedurali potrebbe spostare il termine effettivo fino alla metà del 2030. Per questo l’appello, ancora da avviare, si intreccia già con il rischio che il tempo diventi un elemento decisivo nel caso Regeni.

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