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Cronaca 1 min di lettura2 giorni fa

Regeni, la svolta dopo 10 anni: tre condanne, ma niente omicidio

La Corte d’assise di Roma ha inflitto dieci anni a tre agenti egiziani per sequestro e torture, mentre ha assolto l’unico imputato per la morte del ricercatore.

La sentenza sul caso Giulio Regeni arriva a dieci anni dalla sua scomparsa e stabilisce responsabilità penali per tre appartenenti ai servizi egiziani. La Corte d’assise di Roma li ha condannati in primo grado a 10 anni ciascuno per il sequestro e le torture subite dal ricercatore italiano, ma ha fatto cadere l’accusa di omicidio nei confronti dell’unico imputato chiamato a rispondere della sua morte.

Nessuno dei quattro agenti si è presentato in aula. Il verdetto prevede anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e riconosce somme provvisionali alle parti civili: 200mila euro ai genitori di Regeni, 100mila alla sorella e 150mila al governo italiano.


Tre condanne e un’assoluzione

Gli imputati condannati sono Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. Per ciascuno la pena è di dieci anni, mentre Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l’agente accusato anche del sequestro, delle torture e dell’uccisione di Regeni, è stato assolto.

La decisione riguarda fatti avvenuti al Cairo tra il 25 gennaio 2016, giorno della scomparsa del ricercatore, e il 3 febbraio successivo, quando il suo corpo venne ritrovato. Secondo l’impostazione dell’accusa, Helmi avrebbe avuto un ruolo nelle perquisizioni effettuate nell’abitazione di Regeni prima e dopo il rapimento.

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Un processo segnato dagli ostacoli

Il procedimento contro gli uomini dell’intelligence egiziana era stato avviato con il rinvio a giudizio del 25 maggio 2021. La pronuncia del 28 settembre 2026 è arrivata dopo anni caratterizzati da depistaggi e dall’assenza di collaborazione da parte delle autorità del Cairo.

La Procura di Roma aveva chiesto l’ergastolo per Sharif e 17 anni e sei mesi per gli altri tre imputati. La Corte ha quindi ridimensionato le richieste dell’accusa sul piano delle pene, confermando però l’esistenza di responsabilità per il sequestro e le torture inflitte al ricercatore.

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