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Cronaca 2 min di lettura6 ore fa

Caso Regeni, Meloni frena sulla rottura con l’Egitto: cosa c’è in gioco

Dopo le polemiche sulle parole di Tajani, la presidente del Consiglio difende il dialogo con Il Cairo senza arretrare sulla richiesta di verità e giustizia per Giulio Regeni.

La prospettiva di interrompere i rapporti con l’Egitto non convince Giorgia Meloni, che considera il canale diplomatico ancora utile per arrivare alla verità sulla morte di Giulio Regeni. La posizione della presidente del Consiglio arriva dopo le contestate dichiarazioni di Antonio Tajani, pronunciate in seguito alla sentenza di primo grado.

Il ministro degli Esteri aveva sottolineato che «Ci sono tre persone colpevoli, ma non è l’Egitto a essere condannato in quanto tale». La frase ha provocato la reazione del centrosinistra: Elly Schlein ha accusato Tajani di avere minimizzato le responsabilità del regime di al-Sisi e di aver esposto il Paese a un nuovo imbarazzo.


La prescrizione resta una minaccia concreta

Sul procedimento pesa anche il fattore tempo. I tre agenti egiziani condannati hanno presentato ricorso e il giudizio d’appello potrebbe prendere il via tra due anni; tenendo conto della loro posizione processuale e dell’eventualità di un ulteriore passaggio davanti alla Corte costituzionale, il reato potrebbe prescriversi nel 2029.

La Corte d’assise di Roma ha inflitto dieci anni di reclusione a tre appartenenti ai servizi segreti egiziani per il sequestro e la tortura del ricercatore italiano. La sentenza, però, non è definitiva e riguarda il sequestro, non l’omicidio: uno degli imputati è stato assolto da quest’ultimo capo d’accusa.


Meloni difende il canale diplomatico

Nel suo intervento, Meloni ha espresso solidarietà ai familiari di Regeni e ha ribadito che la richiesta di verità e giustizia della famiglia coincide con quella dello Stato italiano. Ha inoltre ricordato che l’Italia è parte civile nel processo e intende continuare a perseguire l’accertamento delle responsabilità.

La premier ha invitato alla prudenza, spiegando che la decisione non è ancora definitiva e che ogni iniziativa dovrà essere adottata secondo tempi e modalità adeguati. La sua posizione è riassunta dall’idea che «chiudendo quei canali» non ci si avvicinerebbe necessariamente all’obiettivo, ma si potrebbe finire per allontanarlo.

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Tajani: prima la collaborazione con Il Cairo

Tajani ha poi precisato di non voler difendere gli imputati né ostacolare il procedimento. A suo giudizio, l’esito del primo grado è limitato perché ha riconosciuto responsabilità per il sequestro, senza individuare gli autori dell’assassinio; per questo, ha sostenuto, occorre proseguire fino a chiarire l’intera vicenda.

Il ministro ha anche rivendicato il ricorso costante agli strumenti diplomatici e le pressioni esercitate sulle autorità egiziane affinché collaborassero. Rispondendo a chi chiedeva possibili conseguenze nei rapporti bilaterali, ha detto: «Quando ci sarà una condanna formale dell’Egitto prenderemo misure di conseguenza».


Il processo e la morte di Regeni

Giulio Regeni scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016. Il suo corpo fu ritrovato il 6 febbraio dello stesso anno, dopo giorni durante i quali il ricercatore era stato sottoposto a torture.

La sentenza romana rappresenta dunque un passaggio importante, ma non chiude il caso. Da una parte resta la condanna dei tre agenti per il sequestro; dall’altra prosegue il confronto giudiziario e diplomatico per accertare chi abbia ordinato e compiuto l’omicidio.

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