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Cronaca 2 min di lettura3 giorni fa

Regeni, il verdetto dopo dieci anni: quattro 007 alla sbarra

La Prima Corte d’Assise di Roma si prepara a decidere sul caso del ricercatore, mentre la procura sollecita l’ergastolo per uno degli imputati e pene severe per gli altri tre.

Il caso di Giulio Regeni arriva al momento decisivo. Lunedì la Prima Corte d’Assise di Roma si riunirà in camera di consiglio per stabilire la sorte dei quattro agenti egiziani processati in contumacia, a oltre dieci anni dal sequestro, dalle torture e dalla morte del ricercatore friulano. Per uno degli imputati l’accusa ha chiesto il carcere a vita; per gli altri tre sono stati sollecitati 17 anni e mezzo di reclusione.

La vicenda giudiziaria è arrivata fin qui dopo anni di ostacoli, assenza di collaborazione da parte del Cairo e una pronuncia della Corte costituzionale che ha impedito al procedimento di restare bloccato indefinitamente. Nel dibattimento sono stati ricostruiti sia gli ultimi giorni di Regeni sia le anomalie nelle indagini condotte in Egitto.


Una sentenza dopo lo stallo

Sul banco degli imputati figurano il generale Tariq Sabir, i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, oltre al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. A tutti viene contestato il sequestro di persona pluriaggravato; a Sharif sono attribuite anche lesioni personali aggravate e concorso nell’omicidio aggravato.

Il processo avrebbe potuto fermarsi nel 2021, quando la Terza Corte d’Assise di Roma dichiarò nullo il decreto che disponeva il giudizio, vista l’impossibilità di verificare la conoscenza del procedimento da parte degli imputati. La questione sollevata dalla procura ha poi portato la Consulta a modificare l’interpretazione dell’articolo 420 bis del codice di procedura penale: la mancata cooperazione dello Stato straniero non può trasformarsi in un’immunità di fatto per chi è accusato di torture.


Le prove e i silenzi del Cairo

Il dibattimento si è aperto nel febbraio 2024, dopo il rinvio a giudizio deciso dal gup Roberto Ranazzi. Tra le testimonianze più rilevanti c’è quella del teste indicato come “delta”, cittadino egiziano arrestato insieme a Regeni al Cairo. In aula ha raccontato: “Ho sentito Giulio Regeni che veniva picchiato e torturato, ho riconosciuto la sua voce”.

Gli accertamenti tecnici hanno inoltre evidenziato irregolarità nei filmati della metropolitana di Dokki, l’ultimo luogo in cui sarebbe stato registrato il telefono del ricercatore. Per il 25 gennaio 2016 mancavano i video del sistema; dopo il recupero di parte delle immagini, gli specialisti hanno individuato un’interruzione compresa tra le 19.49 e le 20.08, lunga circa 18-20 minuti.

La procura egiziana ha sempre respinto le accuse rivolte ai propri funzionari, sostenendo che gli indagati italiani non avessero partecipato al sequestro e all’uccisione e indicando come responsabile una banda di criminali, poi morti durante uno scontro con la polizia. Per i magistrati italiani, invece, gli elementi raccolti sono sufficienti a sostenere l’accusa.

Durante la requisitoria del 23 giugno, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha descritto il procedimento come “un processo contro il silenzio”, riferendosi alle mancate risposte, alle ricostruzioni ritenute artificiose e ai depistaggi emersi nel corso dell’inchiesta. Ora la decisione spetta ai giudici romani.

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