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Cronaca 2 min di lettura3 giorni fa

Regeni, dopo 3.890 giorni arriva la sentenza: cosa rischiano i quattro 007

La Corte d’Assise di Roma decide sul caso del ricercatore italiano: l’accusa ha chiesto il carcere a vita per uno degli imputati e 17 anni e mezzo per gli altri tre.

Sono passati 3.890 giorni dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni in Egitto, segnato da lesioni compatibili con violenze e torture. Lunedì la prima Corte d’Assise di Roma pronuncerà la sentenza sul procedimento che coinvolge quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani: per la famiglia del ricercatore sarà un passaggio decisivo dopo dieci anni di attesa.


L’accusa punta sull’ergastolo

Il pubblico ministero Sergio Colaiocco, nella requisitoria del 23 giugno, ha domandato la pena perpetua per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, indicato come l’esecutore materiale dell’omicidio. Per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr la richiesta è invece di 17 anni e mezzo di reclusione ciascuno.

Secondo la Procura, il processo non riguarda soltanto la morte di un giovane cittadino italiano, ma anche il rapimento e le violenze subite da un uomo affidato alla tutela delle istituzioni. L’impianto accusatorio è stato costruito, ha spiegato Colaiocco in aula, attraverso documenti, testimonianze, accertamenti scientifici e verifiche svolte durante il dibattimento: «Non una verità intuitiva o emotiva, ma una verità processuale».


Un caso tra depistaggi e responsabilità

I magistrati di piazzale Clodio hanno portato avanti l’inchiesta nonostante la mancata collaborazione del Cairo. Per l’accusa, le autorità egiziane avrebbero protetto i responsabili, diffuso ricostruzioni prive di fondamento e ostacolato l’acquisizione di elementi utili all’indagine.

La contestazione riguarda uomini inseriti negli apparati dello Stato, non esponenti della criminalità comune. L’ipotesi sul movente parla di una lettura distorta dell’attività di Regeni, interpretata come possibile operazione ostile di intelligence. La Procura ha ribadito però che il ricercatore, allora 27enne, non era una spia e stava svolgendo il proprio lavoro.

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La famiglia attende una risposta

I genitori di Giulio saranno presenti in aula anche nel giorno della decisione. Da quando il figlio è scomparso, il 25 gennaio 2016, hanno chiesto l’accertamento dei fatti e l’individuazione dei responsabili, affrontando incontri istituzionali, interlocuzioni con rappresentanti egiziani, ostacoli e minacce.

La loro avvocata, Alessandra Ballerini, ha descritto il percorso della famiglia come una lunga battaglia condotta senza rinunciare alla dignità. «Non si sono mai fatti contaminare dall’odio», ha detto nel corso del processo, sottolineando che la richiesta dei familiari è rimasta quella di «verità e giustizia», senza invocare vendette.


Dal 25 gennaio alla decisione

Per gli inquirenti, quel giorno Regeni entrò inconsapevolmente in un sistema dove le garanzie giuridiche sarebbero state annullate. Da quel momento, secondo la ricostruzione dell’accusa, il ricercatore fu sequestrato, sottoposto a violenze e privato progressivamente della libertà e dei diritti fondamentali.

La sentenza di lunedì stabilirà se le prove raccolte saranno sufficienti per affermare la responsabilità dei quattro imputati. Il procedimento celebrato a Roma rappresenta il primo giudizio penale sulla vicenda, mentre in Egitto, secondo quanto sostenuto dalla Procura italiana, non è arrivata una collaborazione capace di chiarire il destino di Regeni e le responsabilità di chi lo ha colpito.

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