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Cronaca 4 min di lettura1 ora fa

Quando i compiti diventano una guerra: la via per aiutare davvero un figlio

La scarsa disponibilità a studiare può dipendere da difficoltà emotive, organizzative o di apprendimento: l’obiettivo è sostenere il ragazzo senza sostituirsi a lui.

Quando il rapporto tra genitori e figli si irrigidisce intorno ai compiti, coinvolgere una figura specializzata può aiutare a intervenire sul metodo, sull’organizzazione e sulla crescita dell’autonomia. Il genitore, invece di assumere il ruolo di controllore, può restare un punto di riferimento e di sostegno.

Floriana Bitto, psicologa clinica ed esperta di apprendimento del Centro Studi Lambda, invita a non aspettare che la situazione diventi ingestibile. A suo giudizio, chiedere supporto non significa aver fallito: può servire a comprendere l’ostacolo, individuare strumenti adeguati e accompagnare gradualmente il ragazzo verso una maggiore responsabilità.


L’aiuto deve portare all’autonomia

Un adulto può affiancare inizialmente il figlio nella costruzione di un’organizzazione quotidiana. Domande come “Vediamo insieme cosa devi fare”, “Da quale compito vuoi cominciare?” oppure “Quanto tempo potrebbe servirti?” aiutano a rendere più chiaro il lavoro senza svolgerlo al suo posto.

La presenza dei genitori dovrebbe però ridursi con il tempo. L’obiettivo non è ottenere un ragazzo operativo soltanto sotto sorveglianza, ma permettergli di imparare a pianificare, affrontare gli impegni e verificare da solo i risultati.


Metodo e abitudini contano più della spinta

Secondo Bitto, aspettare che la motivazione arrivi prima di iniziare può essere poco realistico. “La disponibilità a impegnarsi può crescere dopo aver sperimentato che una determinata strategia funziona”, spiega l’esperta, sottolineando che il coinvolgimento può svilupparsi anche grazie a esperienze concrete di efficacia.

Molti studenti arrivano alle scuole medie o alle superiori consapevoli dell’aumento del carico di lavoro, ma senza aver acquisito un metodo. Per questo l’intervento dovrebbe concentrarsi su tre aspetti: procedure utili, consuetudini stabili e fiducia nella propria capacità di riuscire.


Come costruire un percorso pratico

Studiare non significa soltanto leggere più volte una pagina. Occorre imparare a comprenderne il contenuto, distinguere le informazioni centrali, ordinarle, fissarle nella memoria, ripeterle e infine presentarle con chiarezza. Un metodo adatto può rendere meno pesante una sequenza di attività che altrimenti appare confusa.

Anche la routine può avere un ruolo. Una scansione prevedibile della giornata consente di distribuire scuola, tempo libero e compiti, purché rimanga abbastanza flessibile da tenere conto delle energie e degli impegni quotidiani.


I segnali che meritano attenzione

La cosiddetta svogliatezza non coincide necessariamente con la pigrizia. Se un ragazzo impiega molto tempo per un esercizio semplice, rilegge senza trattenere le informazioni oppure studia a lungo ottenendo risultati inferiori alle attese, potrebbe trovarsi davanti a un problema di comprensione, a un metodo poco efficace o alla necessità di strategie diverse.

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Anche il piano emotivo va osservato. Il desiderio ricorrente di evitare la scuola, l’ansia prima delle verifiche, il pianto frequente o i disturbi del sonno, soprattutto quando rappresentano una novità o diventano abituali, richiedono attenzione. Frasi come “anche se studio prenderò comunque un brutto voto” o “gli altri sono più bravi di me” possono inoltre segnalare una percezione negativa delle proprie capacità.


Cinque reazioni da evitare in casa

Il primo errore consiste nel definire il figlio “pigro”: sarebbe più utile capire quale ostacolo gli impedisce di procedere. Anche i paragoni con compagni, fratelli o coetanei possono rafforzare il senso di inadeguatezza senza offrire soluzioni concrete.

Un’altra trappola è trasformare ogni pomeriggio in una successione di minacce, rimproveri e verifiche. In questo modo i compiti rischiano di essere collegati soprattutto alla tensione. Non è utile nemmeno ridurre tutto al voto: un’insufficienza descrive una preparazione da migliorare, non stabilisce il valore o le potenzialità dello studente.

Infine, il genitore dovrebbe evitare di sostituirsi completamente al figlio. Fare tutto al suo posto può bloccare lo sviluppo dell’indipendenza, mentre il traguardo è costruire una capacità di gestione personale.


Cambiare la domanda aiuta a capire

Di fronte a un ragazzo che rimanda continuamente i compiti o resta sui libri senza ottenere risultati, etichette come “è pigro” o “non si impegna abbastanza” rischiano di semplificare il problema. Bitto propone di spostare l’attenzione: “Non dobbiamo chiederci ‘perché mio figlio non studia?’, ma ‘che cosa gli impedisce di studiare in maniera efficace?’”.

Questa prospettiva permette di considerare insieme apprendimento, emozioni e organizzazione. Obbligare a studiare, avverte la psicologa, può produrre l’effetto opposto a quello desiderato: il compito viene associato alla pressione e il conflitto familiare si consolida. Comprendere la difficoltà, offrire strumenti e lasciare progressivamente spazio all’autonomia rappresenta invece il percorso indicato dall’esperta.

ℹ️ Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo puramente informativo e non sostituiscono il parere del medico. Per qualsiasi dubbio sulla tua salute rivolgiti al tuo medico di fiducia.

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