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Cronaca 2 min di lettura22 set

Proiettili e scuse chieste al preside: madre a giudizio a Pordenone

Il caso nasce da due note sul registro elettronico e arriva, secondo l’accusa, a telefonate e messaggi minatori contro il dirigente scolastico.

A Pordenone si sta celebrando il processo nei confronti di una madre, finita alla sbarra per concorso in tentata violenza privata. Al centro della vicenda c’è il dirigente scolastico della scuola frequentata dal figlio, che all’epoca aveva cinque anni.


Dalle note a una denuncia per minacce

Secondo la ricostruzione dell’accusa, tutto sarebbe partito da due annotazioni disciplinari inserite sul registro elettronico. Da lì, sempre secondo gli inquirenti, il genitore avrebbe cercato di ottenere un passo indietro dall’istituto, fino ad arrivare a un contatto con il preside e a richieste di scuse accompagnate da presunte minacce.


Il contesto nasce in classe

Nel 2023 il bambino era inserito nella cosiddetta “primina” e, durante una lezione, avrebbe detto alla supplente che, se gli fossero stati assegnati altri compiti, avrebbe lanciato la borraccetta di Spiderman contro la docente. Per richiamarlo, l’insegnante annotò due note sul registro.

Nei giorni seguenti la madre scrisse alla maestra per chiedere la cancellazione del provvedimento. Non avendo ottenuto risposta, domandò di essere ricevuta dal dirigente, ma le note restarono al loro posto. La difesa, tramite l’avvocata Gloria Favret, sostiene però che l’obiettivo della donna fosse soltanto quello di far annullare i richiami e non di attivare pressioni contro il preside.


Le telefonate e il messaggio contestato

Dopo l’incontro, secondo quanto riferito in aula, il dirigente scolastico avrebbe ricevuto chiamate con tono minaccioso. La prima venne scambiata per un contatto di un call center perché arrivava da un numero con prefisso del Regno Unito. In seguito, su WhatsApp, l’uomo avrebbe sentito una voce maschile con accento dell’Est Europa, che gli avrebbe intimato: “Adesso tu stai zitto che io devo parlare”.

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Il preside chiuse la conversazione e bloccò il contatto, ma la sequenza sarebbe proseguita con un nuovo numero, questa volta con prefisso di Gibilterra. In quel caso, sempre secondo l’accusa, la frase fu più esplicita: “Ascolta bene, tu ieri hai trattato male una signora, oggi devi chiedere scusa”, seguita da un ulteriore avvertimento: “non sai cosa ti succederà”.


Le prove in aula

Dai richiami telefonici si sarebbe poi passati ai messaggi. Il dirigente ha denunciato di aver ricevuto una frase in cui comparivano l’alternativa di scusarsi e la minaccia di essere portato “dall’altra parte del confine” con la testa piena di proiettili. Convinto che dietro quella sequenza ci fosse la madre del bambino, ha sporto querela.

In tribunale il preside ha ricostruito l’intera vicenda davanti al giudice, mentre l’accusa ha depositato le registrazioni delle telefonate intercorse tra il dirigente e lo sconosciuto. Nella prossima udienza dovrebbero essere ascoltati gli operatori di polizia giudiziaria.

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