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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Piastrinopenia immune, rischio mortalità più alto del 40%

De Stefano: farmaci più recenti riducono il ricorso alla splenectomia, ma la ricerca indipendente incontra ostacoli

La piastrinopenia immune aumenta di circa il 40% il rischio di mortalità. Lo ha spiegato Valerio De Stefano, professore di Ematologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, durante il Congresso nazionale della Società italiana per lo studio dell’emostasi e della trombosi, in corso a Roma.

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I limiti della ricerca autonoma

Nel suo intervento, De Stefano ha richiamato l’attenzione anche sulle difficoltà che frenano gli studi indipendenti. Secondo l’ematologo, le regole sulla privacy e il lavoro dei comitati etici rendono oggi molto complesso avviare ricerche di ampio respiro senza il sostegno dell’industria.

"Attualmente l’unica ricerca importante su larga scala che può essere fatta è quella finanziata dall’industria", ha affermato il docente. La collaborazione con le aziende, ha aggiunto, può essere utile, ma per proteggere adeguatamente i pazienti serve un impegno ulteriore.


Le cure disponibili

Negli ultimi 10-15 anni il trattamento della malattia si è ampliato grazie a diverse categorie di medicinali capaci di aumentare la quantità di piastrine nel sangue. Questo ha ridotto la necessità di ricorrere alla splenectomia, l’intervento con cui viene rimossa la milza.

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Tra le opzioni indicate da De Stefano ci sono terapie basate su anticorpi monoclonali, somministrate anche in un’unica occasione, che intervengono sul sistema immunitario per ristabilirne l’equilibrio. Altri farmaci consentono invece di mantenere nel tempo una conta piastrinica stabile, con un’azione immunitaria più contenuta.


Una patologia per tutte le età

La piastrinopenia immune non riguarda soltanto le giovani donne, come spesso viene rappresentata. Può colpire anche i bambini, i giovani e le persone anziane, senza una limitazione legata a una sola fascia d’età.

Circa metà dell’aumento del rischio di mortalità è associata alle emorragie provocate dalla ridotta presenza di piastrine. In passato la rimozione della milza poteva lasciare libero dalla malattia fino al 60% dei pazienti nei 10 anni successivi, ma le terapie più recenti hanno ampliato le alternative disponibili.

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