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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Peste polmonare, il pericolo corre nell’aria: sintomi e cure decisive

La forma respiratoria provocata da Yersinia pestis può evolvere in poche ore e trasmettersi tra persone: riconoscere subito i segnali è essenziale.

Il decesso della ricercatrice russa Daria Chipilova ha riportato l’attenzione su una malattia che appartiene all’immaginario della storia, ma non è mai scomparsa del tutto. La peste polmonare, tra le varianti dell’infezione da Yersinia pestis, è quella con la maggiore capacità di diffusione tra esseri umani e può diventare letale se la terapia non viene avviata rapidamente.


La forma più rapida e contagiosa

Il batterio ha normalmente un ciclo legato alle pulci che infestano roditori come ratti e scoiattoli, oltre a cani della prateria e, in alcuni casi, animali domestici tra cui i gatti. L’infezione dei polmoni può avvenire direttamente oppure rappresentare l’evoluzione di una peste bubbonica o setticemica non curata in tempo.

Per la variante polmonare l’incubazione può ridursi a sole 24 ore, mentre nelle altre forme può arrivare fino a 7 giorni. Una persona malata può diffondere l’agente infettivo attraverso le particelle emesse con la respirazione, la tosse e gli aerosol; proprio questo meccanismo spiega il potenziale epidemico particolarmente elevato.


Sintomi e conseguenze della diagnosi tardiva

I disturbi respiratori compaiono spesso con grande rapidità e possono includere affanno, tosse intensa e produzione di catarro con tracce di sangue. A questi segnali possono aggiungersi febbre, brividi, cefalea, dolori muscolari e una forte debolezza, elementi che ricorrono anche nelle altre manifestazioni della peste.

La malattia è oggi trattabile con antibiotici comunemente impiegati contro gli enterobatteri. Tuttavia, quando la peste polmonare non viene riconosciuta e affrontata subito, il rischio di morte può arrivare al 100%; per la forma bubbonica, la letalità indicata varia invece dal 30% al 60%. La variante respiratoria e quella setticemica restano tra le più gravi, pur risultando meno frequenti.


Il caso siberiano e le misure adottate

Nel caso della giovane scienziata, che lavorava all’Irkutsk Anti-Plague Institute, si è ipotizzato il coinvolgimento della forma polmonare. Dopo la segnalazione in Siberia, circa 200 persone sono state poste sotto osservazione e sono state disposte misure per limitare il rischio di contagio.

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Un episodio analogo era stato registrato nel luglio dell’anno precedente in Arizona, dove un uomo è morto di peste polmonare: si trattava del primo decesso locale per questa forma dal 2007. Il paziente aveva avuto contatti professionali con gatti malati e gli esami preliminari, completati due giorni dopo la morte, hanno confermato il sospetto; le persone potenzialmente esposte sono state quindi individuate per avviare la profilassi dopo il contatto.


Una malattia ancora presente nel mondo

La peste non raggiunge più i livelli della cosiddetta Morte Nera, che nel XIV secolo provocò oltre 50 milioni di vittime in Europa, circa un terzo della popolazione dell’epoca. Nel continente, inoltre, l’infezione rimase endemica e tornò a manifestarsi a intervalli di 10-12 anni per almeno tre secoli.

I dati più recenti dell’Organizzazione mondiale della sanità, riferiti al periodo 2019-2025 e a tutte le forme della malattia, parlano di 3.860 casi sospetti e 2.646 confermati in 10 Paesi. Nei sei Stati più colpiti sono stati registrati 423 decessi, con una mortalità dell’11%; Repubblica Democratica del Congo e Madagascar rappresentano insieme il 97,7% dei casi confermati.


Protezione per operatori e laboratori

Nelle zone dove la peste è endemica, la combinazione tra quadro clinico compatibile e primi risultati dei test può consentire di attivare senza ritardi gli interventi di sanità pubblica. I sanitari sono invitati a considerare l’infezione nei pazienti con gravi sintomi respiratori e sistemici che abbiano avuto contatti con animali malati.

Particolare cautela è richiesta a veterinari, medici e personale di microbiologia quando esaminano animali sospetti o manipolano campioni clinici. L’esposizione professionale aumenta soprattutto in presenza di gatti infetti; l’impiego costante dei dispositivi di protezione individuale, compresa un’adeguata protezione delle vie respiratorie, riduce il rischio di trasmissione dell’agente zoonotico.

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