Omicidio Pasolini, dopo 51 anni restano aperte diverse piste
La ritrattazione di Giuseppe Pelosi, le tracce non attribuite e nuove testimonianze hanno riacceso i dubbi sulla ricostruzione giudiziaria
A 51 anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini, la ricostruzione giudiziaria resta accompagnata da dubbi e piste mai chiarite.
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Le ipotesi legate alle opere
Tra gli elementi esaminati nel tempo c'è anche il contenuto di “Petrolio”, il romanzo-inchiesta pubblicato nel 1992, dopo la morte dello scrittore. Pasolini vi affrontava i rapporti di potere nel settore petrolifero italiano, un tema considerato dagli investigatori tra quelli potenzialmente collegati alle minacce e alle tensioni attorno alla sua attività.
Un'altra pista riguardava le bobine originali di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, l'ultimo film diretto da Pasolini. Secondo l'ipotesi riportata anche in una relazione della Commissione parlamentare Antimafia della XVIII legislatura, il regista potrebbe essere andato all'Idroscalo per recuperare quel materiale, poi sottratto. Non sono però emerse prove definitive.
Le testimonianze ancora discusse
A lasciare interrogativi è stata soprattutto la descrizione fornita dai gestori della trattoria Biondo Tevere, dove Pasolini aveva cenato prima di raggiungere Ostia. La persona che lo accompagnava sarebbe stata alta almeno un metro e settanta, con capelli lunghi, biondi e pettinati all'indietro: caratteristiche diverse da quelle di Giuseppe Pelosi, più basso e con capelli neri e ricci.
Nel 2008 Pelosi riferì inoltre di essere stato aggredito da tre uomini arrivati in automobile, che a suo dire parlavano con inflessione calabrese o siciliana. Un'altra segnalazione riguardava una Fiat 1300 con targa di Catania, vista seguire la vettura di Pasolini la sera dell'omicidio. Nonostante fossero stati indicati alcuni numeri, non risultò effettuato un controllo presso il Pubblico registro automobilistico.
La ritrattazione di Pelosi
Il 2 novembre 1975 una passante trovò il corpo di Pasolini in via dell'Idroscalo, a Ostia. L'intellettuale, nato a Bologna il 5 marzo 1922, aveva 53 anni; il riconoscimento venne affidato a Ninetto Davoli, attore scoperto dallo stesso regista.
Sul cadavere furono rilevati traumi alla testa e al torace, fratture e lesioni compatibili con un'aggressione. Nelle vicinanze vennero recuperati un paletto e una tavoletta di legno sporchi di sangue, oltre alla camicia dello scrittore e ad altri reperti. Le impronte degli pneumatici portarono all'Alfa 2000 Gt di Pasolini, trovata in uso a Pelosi, fermato quella notte dai carabinieri mentre guidava l'auto rubata.
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Il giovane, allora 17enne e conosciuto come “Pino la rana”, ammise inizialmente il furto e il possesso di un anello rinvenuto vicino al corpo. In seguito confessò l'omicidio, sostenendo di avere incontrato Pasolini alla stazione Termini, di aver cenato con lui e di avere raggiunto l'Idroscalo dopo la mezzanotte. Disse poi che, dopo avere rifiutato un rapporto sessuale, sarebbe stato aggredito dallo scrittore e avrebbe reagito colpendolo.
Dopo la condanna definitiva del 26 aprile 1979 a nove anni, ridotta a sette anni effettivi con la semilibertà, Pelosi cambiò versione. Nel maggio 2005, durante il programma Rai “Ombre sul giallo”, dichiarò: «Non fui io ad uccidere Pasolini». Indicò così l'ipotesi di un pestaggio compiuto da più persone, sostenendo di avere taciuto per paura e per la convinzione che i responsabili potessero essere ormai morti.
Le indagini e le archiviazioni
La Procura di Roma riaprì il fascicolo dopo la ritrattazione, ma l'inchiesta venne archiviata cinque mesi più tardi. Il procuratore aggiunto Italo Ormanni ascoltò diverse persone indicate dall'avvocato Nino Marazzita, che rappresentava i familiari di Pasolini, senza trovare elementi sufficienti per sostenere la tesi del delitto di gruppo.
L'avvocato Stefano Maccioni tornò a chiedere nuovi accertamenti nel marzo 2009 e proseguì negli anni l'iniziativa giudiziaria e politica, compresa la proposta di una Commissione parlamentare d'inchiesta. Il caso fu archiviato nuovamente nel 2015: alcune tracce di Dna sugli abiti di Pasolini non poterono essere attribuite né collocate con certezza alla sera dell'omicidio.
Le prime sentenze erano arrivate in tempi rapidi: il tribunale si pronunciò il 26 aprile 1976 e la corte d'appello il 4 dicembre dello stesso anno. La Cassazione confermò poi la responsabilità di Pelosi il 26 aprile 1979, senza chiudere le discussioni sulle altre piste investigative.
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