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Cronaca 4 min di lettura6 giorni fa

McDonald’s, giudice riduce il caso: restano solo alcune accuse

A Chicago il fronte aperto da 48 affiliati afroamericani perde gran parte della forza: il tribunale archivia quasi tutte le contestazioni, ma lascia in piedi una parte del dossier sui contratti.

Il tribunale federale di Chicago ha tagliato quasi tutto il peso della vertenza contro McDonald’s, lasciando in piedi soltanto un nucleo limitato di contestazioni. Per i 48 affiliati afroamericani che nel 2023 avevano fatto causa alla multinazionale, il colpo è stato netto: il dossier che parlava di un sistema costruito per penalizzarli è stato fortemente ridimensionato.


Restano in piedi poche contestazioni

Tra le accuse che continueranno a essere esaminate ci sono quelle legate agli accordi di franchising, soprattutto i punti in cui si sostiene che alcuni gestori neri siano stati esclusi da benefici concessi invece ad altri, come le agevolazioni sul canone di locazione. Il resto del quadro, però, è stato in larga parte archiviato.

McDonald’s ha accolto la decisione come una conferma della propria linea difensiva. In una nota, un portavoce ha spiegato che l’azienda mette a disposizione risorse solide per i propri affiliati e ha aggiunto: “McDonald’s fornisce risorse solide per garantire che i nostri affiliati possano avere successo; il nostro successo è legato al loro successo”.


Perché il giudice ha smontato il caso

A firmare la decisione è stato il giudice distrettuale degli Stati Uniti Steven Seeger, con un provvedimento di 125 pagine. Secondo la sua analisi, il fascicolo era appesantito da contestazioni troppo generiche oppure già oltre i termini utili per essere esaminate.

Seeger ha anche osservato che il tentativo di mettere insieme rivendicazioni molto diverse finiva per rendere il quadro ingestibile. Per spiegarsi ha usato un paragone molto diretto: “è simile al vecchio gioco di vedere quante persone riescono a stare in una cabina telefonica. Ad un certo punto si scontra con un muro, e infilare qualcos’altro nello stesso spazio diventa completamente impraticabile”.

Secondo il giudice, l’ipotesi di un modello discriminatorio capace di far fallire i gestori avrebbe richiesto una class action strutturata in modo diverso, non la somma delle pretese individuali. In ogni caso, ha rilevato che la posizione commerciale e personale dei singoli affiliati era troppo eterogenea per sostenere facilmente una tesi unitaria.


Dalle accuse al ridimensionamento

La causa era nata dall’iniziativa di un gruppo di 48 affiliati afroamericani, che nel 2023 aveva deciso di agire insieme sostenendo che McDonald’s avesse creato una discriminazione razziale diffusa e sistematica. L’impostazione iniziale del contenzioso era molto ampia: i querelanti parlavano di scelte commerciali e operative pensate per mettere in difficoltà i gestori neri.

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Secondo la loro ricostruzione, la catena avrebbe indirizzato questi affiliati verso ristoranti con risultati finanziari deboli, spesso in aree a maggioranza nera e con livelli di criminalità elevati. Allo stesso tempo, avrebbero avuto meno possibilità di accedere a locali situati in quartieri più redditizi e appetibili.

Gli stessi querelanti hanno sostenuto di aver ricevuto un supporto operativo più scarso, insieme a richieste più rigide e a ostacoli nella crescita della propria attività. Tuttavia, gran parte di queste contestazioni non ha retto al vaglio del giudice.


Un contenzioso ancora aperto

La decisione di lunedì non chiude del tutto il fronte giudiziario per McDonald’s. Nello stesso tribunale risultano infatti altri tre procedimenti pendenti davanti a Seeger, che coinvolgono complessivamente 80 affiliati e puntano ancora sull’idea di una discriminazione protratta per decenni.

Il giudice ha anche archiviato le accuse di ritorsione e molte contestazioni su presunte frodi o interferenze illecite, ritenendole fuori tempo massimo. Inoltre, ha osservato che i querelanti non avevano dimostrato di aver seguito passaggi corretti, come la presentazione di denunce formali presso agenzie governative.

Su un punto, però, il fascicolo sopravvive. Alcune contestazioni legate alle violazioni degli accordi di affiliazione potranno andare avanti, soprattutto quelle in cui si afferma che agli affiliati neri siano stati negati vantaggi riconosciuti ad altri gestori. Anche per questo la vicenda resta aperta, pur con un perimetro molto più stretto rispetto a quello immaginato all’inizio.

Il ridimensionamento arriva dopo un altro precedente favorevole alla catena: a marzo lo stesso Seeger aveva già assunto una posizione simile in una causa separata promossa da un singolo affiliato nero. E non è il primo dossier di questo tipo per l’azienda, che in passato ha anche difeso la propria linea in una controversia avviata da Byron Allen sulle inserzioni pubblicitarie rivolte ai media di proprietà di cittadini neri, chiusa poi lo scorso anno con un accordo privato senza ammissione di responsabilità.

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