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Cronaca 2 min di lettura9 ore fa

Marausa, 27 anni dopo si riapre la partita sul premio ai sub

Il Cga impone alla Regione Siciliana di chiudere il procedimento sul relitto romano e valutare quanto spetta ai due scopritori

La somma richiesta da Fabio Di Bono e Dario D’Amico non è stata riconosciuta automaticamente: i 500 mila euro rappresentano la loro domanda, mentre la cifra definitiva dovrà essere stabilita dalla Regione Siciliana sulla base del valore dei reperti. La legge consente di arrivare fino a un quarto di tale valore.

A carico dell’amministrazione regionale restano inoltre 6 mila euro di spese legali, relativi ai due gradi di giudizio. La decisione riapre così una vicenda amministrativa iniziata dopo una scoperta avvenuta quasi tre decenni fa.


La Regione dovrà rifare i calcoli

Gli uffici dovranno anzitutto ricostruire quali componenti del relitto e quali reperti siano collegabili all’individuazione effettuata nel 1999. Successivamente dovranno stimare il valore dei beni e utilizzare quel parametro per fissare il premio spettante ai subacquei.

Il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana ha ritenuto illegittimo il mancato completamento della pratica. La sentenza, quindi, non assegna direttamente alcun importo, ma obbliga l’amministrazione a portare a termine l’iter rimasto fermo.


La scoperta resta considerata fortuita

Nel giudizio d’appello, il Cga ha escluso che sia stata dimostrata l’esistenza di una ricerca archeologica organizzata da parte dei due sub. Anche l’attività svolta in seguito per proteggere il sito, secondo i giudici, non basta a trasformare il ritrovamento in un’operazione pianificata.

La valutazione dovrà comprendere non soltanto gli oggetti eventualmente recuperati direttamente da Di Bono e D’Amico. Nel perimetro della scoperta rientra anche il relitto che, a partire dalla loro segnalazione, è stato riportato alla luce e poi destinato al restauro e alla musealizzazione.

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L’immersione che cambiò la vicenda

L’origine della storia risale all’11 agosto 1999, quando i due si immersero in apnea nelle acque di Trapani. Sul fondale notarono una struttura in legno accompagnata da numerosi frammenti di anfore.

Il ritrovamento venne comunicato il giorno seguente alla Guardia di Finanza. Da quella segnalazione partirono le attività che portarono all’identificazione e al recupero di una nave romana, oggi restaurata e resa accessibile attraverso un’esposizione museale.

Di Bono e D’Amico avevano quindi chiesto l’incentivo previsto per chi individua casualmente beni archeologici. La Regione, però, non aveva mai concluso il relativo procedimento, circostanza che ha portato i due a rivolgersi alla giustizia amministrativa.

Il Cga, che ha ribaltato la precedente pronuncia del Tar, è stato composto dal presidente Ermanno de Francisco e dal relatore Sebastiano Di Betta. Ora la decisione passa nuovamente agli uffici regionali, chiamati a determinare il valore dei beni e l’eventuale ricompensa.

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