Malattie reumatiche, il conto nascosto: 1,18 milioni di assenze nel 2025
Lo studio Fit for Work 2.0 analizza l’impatto delle patologie muscolo-scheletriche su occupazione, welfare e gestione quotidiana delle cure
Il confronto tra istituzioni, professionisti e associazioni dei pazienti punta a trasformare i dati sulle malattie reumatologiche in interventi concreti, dalla protezione del posto di lavoro all’educazione sanitaria. L’iniziativa di Anmar Odv e dell’Osservatorio Capire, dedicata alla Giornata mondiale del malato reumatico del 12 ottobre, si è svolta a Roma con il contributo non condizionante di AbbVie, Boehringer Ingelheim, Gsk, Merck, Otsuka, Pfizer, Roche, Sandoz e Ucb.
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La cronicità pesa oltre la sanità
I due momenti di discussione hanno collegato il peso economico delle patologie reumatologiche alle difficoltà che i pazienti affrontano ogni giorno. Quantificare le ricadute sul lavoro consente di definire meglio il costo sociale della malattia, mentre l’ascolto diretto delle persone può aiutare a rendere più efficaci i servizi e i percorsi di cura.
Anmar e l’Osservatorio Capire intendono proseguire il lavoro avviato, mettendo a disposizione delle istituzioni le informazioni raccolte. L’obiettivo è favorire politiche capaci di considerare insieme assistenza sanitaria, previdenza, occupazione e bisogni quotidiani di chi vive con una patologia reumatologica.
I numeri mostrano un impatto crescente
L’aggiornamento dello studio Fit for Work, realizzato dall’università degli Studi di Pavia e da Anmar con la collaborazione dell’Inps, ha esaminato 352 milioni di certificati di malattia. Nel 2025 quelli riconducibili a disturbi muscolo-scheletrici hanno superato quota 1,18 milioni, quasi il doppio del dato registrato nel 2013; nello stesso periodo le artropatie sono aumentate del 131%, includendo anche l’artrite reumatoide.
Le patologie muscolo-scheletriche rappresentano circa un quinto dei certificati per i quali è disponibile una diagnosi codificata. Il dato, tuttavia, resta parziale: soltanto il 20,8% dei documenti esaminati contiene l’indicazione della malattia, con differenze rilevanti tra le Regioni. Questa lacuna rende difficile stimare con precisione gli effetti della cronicità sulla permanenza al lavoro e sulla spesa previdenziale.
Secondo Giorgio Lorenzo Colombo, direttore scientifico del Centro di ricerca Cefat dell’università degli Studi di Pavia, le stime precedenti attribuivano il 70% dei costi delle forme reumatiche croniche invalidanti a conseguenze indirette, come minore produttività, invalidità e ricadute sulle famiglie. «La spesa sanitaria è solo una parte del problema», ha osservato, richiamando l’importanza della diagnosi tempestiva e delle terapie innovative per conservare la capacità lavorativa.
Proteggere il lavoro resta decisivo
L’aumento delle assenze e la scarsità di diagnosi registrate pongono alle istituzioni una doppia esigenza: capire quanto le malattie croniche incidano sull’occupazione e predisporre soluzioni che permettano ai lavoratori di restare attivi. In questo quadro si colloca l’Intergruppo parlamentare “Lavoro e fragilità. Focus su disabilità, cronicità e malattie rare”, promosso dall’onorevole Silvio Giovine nel dicembre 2025.
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Il gruppo riunisce Parlamento, associazioni, mondo scientifico e imprese e utilizza anche il percorso Fit for Work 2.0 per individuare misure organizzative e strumenti di tutela. Giovine, componente della XI Commissione della Camera dei deputati, ha sottolineato che conoscere assenze, ostacoli e rischi di esclusione dal mercato del lavoro consente di orientare meglio il confronto parlamentare.
Anche le Regioni sono chiamate a intervenire, perché una parte importante dell’organizzazione sanitaria dipende da loro, mentre gli effetti della cronicità coinvolgono pure servizi sociali, previdenza e famiglie. Luca Coletto, consulente Anmar Odv e già sottosegretario di Stato al ministero della Salute, ha indicato nella Conferenza Stato-Regioni una possibile sede per integrare dati e valutazioni oggi separati tra prestazioni sanitarie, invalidità, assenze e assistenza familiare.
Informazione e cure più vicine
La seconda parte dell’incontro ha esaminato gli strumenti utili nella gestione quotidiana: adesione alle terapie, vaccinazioni, prevenzione delle infezioni, malattie associate e stili di vita. Per molti pazienti, infatti, le decisioni su questi aspetti non maturano soltanto durante la visita specialistica, ma anche nel rapporto con il medico di famiglia, la farmacia e le associazioni.
Da qui nasce la necessità di materiali formativi costruiti a partire dalle esigenze concrete delle persone, così da facilitare il dialogo con i professionisti e sostenere la continuità dei trattamenti. Il coinvolgimento delle associazioni nella progettazione dei servizi viene considerato un ulteriore strumento per rendere l’assistenza più aderente all’esperienza dei pazienti.
In questo percorso la farmacia dei servizi può intercettare dubbi su prevenzione, terapie e comportamenti quotidiani, indirizzando il cittadino verso il professionista più appropriato. Claudia Pietropoli, componente del Consiglio di presidenza di Federfarma nazionale e presidente di Federfarma Rovigo, ha spiegato che la farmacia può rafforzare il collegamento tra assistenza specialistica, medici di medicina generale e territorio, favorendo indicazioni corrette e una maggiore continuità nella cura.
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