Lei sopravvisse fingendosi morta: 36 anni dopo il marito racconta tutto
Susan Brison fu aggredita durante una vacanza in Francia nel 1990; oggi Thomas Trezise ricostruisce il trauma, il silenzio e la lenta rinascita della loro coppia.
«Per Gabriel, che è arrivato, e per Tom, che è rimasto». Nella dedica del suo libro Susan Brison ha condensato il percorso attraversato insieme al marito: la nascita del figlio e la scelta di Thomas Trezise di restare accanto a lei dopo l’aggressione, nonostante il dolore e le difficoltà che ne seguirono.
In Italia, quando una persona subisce violenza o si trova in pericolo, può chiamare il 1522, servizio gratuito contro la violenza e lo stalking, attivo ogni giorno a qualsiasi ora e nel rispetto dell’anonimato. Per un intervento immediato delle forze dell’ordine o dei soccorritori è invece disponibile il 112.
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Il sostegno può interrompere il silenzio
Secondo i dati riportati nel testo, 3 milioni di donne in Italia hanno affrontato violenze fisiche o sessuali prima di compiere 16 anni. Nella maggior parte dei casi l’autore era una persona conosciuta, prevalentemente un uomo, mentre più della metà delle vittime di violenza sessuale non ha mai raccontato gli abusi subiti durante l’infanzia.
Le conseguenze possono continuare a lungo dopo le ferite visibili. Ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico, ricordi intrusivi, isolamento, difficoltà a fidarsi e problemi nella sfera dell’intimità possono modificare profondamente la vita quotidiana. Il 1522 offre anche assistenza in più lingue e consente di comunicare tramite il sito ufficiale o l’applicazione dedicata.
Un matrimonio messo alla prova
La storia di Susan e Thomas mostra quanto un trauma possa coinvolgere anche chi non è stato aggredito direttamente. Dopo la violenza, lei faticava a uscire di casa, provava rabbia e non riusciva più a vivere serenamente la vicinanza fisica o emotiva; lui, invece, cercava di mantenere in piedi l’organizzazione familiare e il lavoro.
La distanza tra i due si allargò perché entrambi soffrivano in modo diverso. Susan interpretava la compostezza del marito come una forma di lontananza, mentre Thomas si convinse di non avere il diritto di manifestare il proprio dolore davanti a quello della moglie. La coppia riuscì a non affrontare la crisi in isolamento: Susan si rivolse a un gruppo di sostegno per sopravvissute e Thomas iniziò una psicoterapia.
Il dolore nascosto di Thomas
Per 11 giorni Thomas rimase in ospedale accanto alla moglie. La lavava, la proteggeva e cercava di rassicurarla, temendo che l’aggressore potesse tornare; una volta rientrati negli Stati Uniti, si occupò della spesa, della casa e degli impegni pratici mentre Susan tentava di recuperare le forze.
Dietro quel comportamento apparentemente solido, però, c’erano rabbia, depressione e senso di colpa. «Volevo risolvere la situazione e sapevo di non poterlo fare», ha raccontato Thomas, spiegando che l’impossibilità di sottrarre la moglie a ciò che era accaduto lo faceva sentire impotente. Prima delle lezioni si chiudeva spesso nel suo studio e piangeva, senza riuscire a mostrare agli altri la propria sofferenza.
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La terapia gli permise di riconoscere e mettere in parole emozioni che per anni aveva tenuto nascoste. Susan ha spiegato che quel percorso rese Thomas più consapevole di ciò che provava e le evitò di dover interpretare continuamente i suoi silenzi.
La mattina che cambiò tutto
Il 4 luglio 1990 i due si trovavano nella casa di campagna di una collega, in Francia. Si erano innamorati rapidamente e stavano cercando di avere un figlio; quella vacanza avrebbe dovuto segnare l’inizio di un periodo felice.
Susan uscì per una passeggiata nella campagna e non fece ritorno. L’assenza fece precipitare Thomas nel panico, poi l’arrivo dell’ambulanza gli rivelò la gravità dell’accaduto: la donna era stata aggredita alle spalle, trascinata in un burrone, picchiata, strangolata e violentata. Il volto era coperto di lividi e sangue, tanto da risultare quasi irriconoscibile.
Trasportata all’ospedale di Grenoble, Susan raccontò alla polizia ciò che aveva vissuto in una deposizione durata otto ore. Durante l’aggressione aveva cercato di reagire e, quando il dolore era diventato insopportabile, aveva pensato di lasciarsi morire. A trattenerla, secondo il suo racconto, fu l’immagine del marito: non voleva che Thomas trovasse il suo corpo abbandonato nel burrone.
La scelta di ricominciare insieme
Tre anni dopo lo stupro Susan aveva già affidato la propria esperienza a un libro. Thomas, invece, ha impiegato 36 anni per raccogliere ricordi e sentimenti in un volume di memorie, scritto anche grazie all’incoraggiamento della moglie. Il testo ripercorre il giorno dell’aggressione e il modo in cui quell’evento ha cambiato entrambi.
La nascita di Gabriel, quattro anni dopo l’attacco, contribuì a ricucire il rapporto. Le ferite non sono scomparse e i sintomi del disturbo da stress post-traumatico continuano a far parte della loro storia, ma la coppia ha trovato strumenti per convivere con ciò che è accaduto.
Susan ha riconosciuto che molti uomini non restano accanto alle proprie compagne dopo traumi di questa portata. Thomas, invece, è rimasto, anche quando sostenere la moglie e affrontare la propria sofferenza sembrava impossibile. La loro relazione non è tornata quella di prima: ha dovuto costruire un nuovo equilibrio sopra una frattura che entrambi hanno imparato ad affrontare.
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