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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

La piazza dei giovani mette alla prova la promessa di Meloni

Le mobilitazioni studentesche rilanciano un’idea di futuro fondata su scuola, partecipazione e scelte politiche diverse da quelle attuali

Nell’ottobre 2022 Giorgia Meloni aveva detto di provare simpatia per chi sarebbe sceso in strada contro le decisioni del suo governo, invitando ragazze e ragazzi a restare liberi e appassionati. A ottobre 2026 quella promessa viene misurata sulle proteste che hanno riempito le piazze italiane: il dissenso giovanile chiede di essere ascoltato, non semplicemente tollerato.

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La promessa ora deve misurarsi con la piazza

Le manifestazioni hanno riportato al centro una domanda politica precisa: quale futuro viene immaginato per chi oggi studia? Gli studenti non si sono limitati a contestare singoli provvedimenti, ma hanno rivendicato il diritto di intervenire nel presente e di prendere parte alle scelte che riguardano la società.

Il loro messaggio è comparso anche negli striscioni dello sciopero nazionale per il clima promosso da Fridays for Future. La frase “Soldi alla scuola, non alla guerra” non rappresenta un piano dettagliato, ma indica una priorità e propone un diverso orizzonte politico. È questo, in fondo, il compito di una piazza: avanzare richieste, mettere in discussione le decisioni esistenti e pretendere risposte all’altezza dei problemi sollevati.


Il futuro non può essere rimandato

Per anni alla scuola è stato affidato il compito di preparare i cittadini di domani, allenare il ragionamento autonomo e offrire gli strumenti necessari per capire il mondo. Questi obiettivi, però, rischiano di restare formule astratte quando vengono accolti soltanto finché non producono comportamenti scomodi.

Quando gli adolescenti trasformano quelle competenze in partecipazione, infatti, arriva subito il rimprovero: dovrebbero restare sui libri, completare i compiti e non assentarsi dalle lezioni. Per i giovani adulti la critica cambia forma, ma non sostanza: meglio cercare un impiego, si dice, invece di protestare. La partecipazione viene così incoraggiata a parole e scoraggiata appena diventa concreta.


Una protesta nata nonostante i rischi

A Torino, Roma, Milano e in molte altre città, le mobilitazioni hanno coinvolto numerosi studenti. Al centro c’erano le condizioni degli edifici scolastici, la scarsità dei finanziamenti destinati all’istruzione e un modello formativo nel quale molti non si riconoscono.

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Tra i temi contestati figurano anche il decreto legge che stabilisce un tetto del 30 percento agli alunni stranieri in ciascuna classe e il percorso 4+2 previsto per gli istituti tecnici e professionali. Le richieste sono emerse in un clima nel quale il dissenso viene presentato come un problema di ordine pubblico e la partecipazione alle manifestazioni può essere scoraggiata da nuove misure di sicurezza.

Il rischio percepito da chi scende in strada non è soltanto teorico. Restano nella memoria le immagini di studenti minorenni fermati, registrati e arrestati all’interno di una scuola a Torino, insieme alle reazioni sui social che li hanno descritti come delinquenti. In questo contesto, scegliere comunque di manifestare richiede una determinazione che contraddice l’accusa di passività rivolta spesso alle nuove generazioni.


Una voce che non accetta condizioni

Ai giovani, osserva il testo della protesta, sembra essere richiesto di mostrarsi consapevoli senza diventare troppo insistenti, di esprimersi senza disturbare e di preoccuparsi del domani purché accettino quello già tracciato dagli adulti. Le piazze hanno invece messo in discussione proprio quella direzione, reclamando la possibilità di modificarla.

Le persone giovani hanno chiesto un ruolo riconosciuto nella vita collettiva e hanno rivolto le proprie critiche a una classe politica dalla quale non si sentono rappresentate né realmente ascoltate. La loro presenza non coincide con una fuga dallo studio o con una perdita di tempo: è, al contrario, l’uso pubblico del pensiero critico che la scuola dichiara di voler trasmettere.

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