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Cronaca 3 min di lettura5 giorni fa

Kefir, cosa può fare davvero: nessuna prova sulla longevità

Le ricerche riconoscono al latte fermentato un ruolo utile per l’intestino, ma non confermano l’idea che possa allungare la vita.

Il kefir può essere una scelta interessante all’interno di un’alimentazione varia, soprattutto per il contributo dei microrganismi vivi alla funzionalità intestinale. Le prove disponibili, però, non mostrano che il suo consumo aumenti l’aspettativa di vita o produca effetti terapeutici.

Anche l’assunzione abituale di alimenti fermentati va interpretata con misura: può sostenere l’equilibrio della flora batterica, la digestione e la regolarità intestinale, ma non equivale a una cura. La presenza di numerosi batteri non significa che questi rimangano stabilmente nell’organismo né trasforma il kefir in un farmaco.


I fermenti non fanno miracoli

Un confronto realizzato dal Gruppo Maurizi per la rivista Il Salvagente ha valutato 27 prodotti appartenenti a tre categorie: kefir, yogurt greco e skyr. L’analisi è stata condotta a due settimane dalla scadenza, per verificare quanti microrganismi vivi fossero ancora presenti nei diversi alimenti.

Kefir e yogurt greco hanno conservato livelli molto elevati di streptococchi, lattococchi e lattobacilli, oltre 10 miliardi di cellule vive. Nel kefir, invece, i bifidobatteri si sono fermati intorno ai 10 milioni; lo skyr ha mostrato concentrazioni complessivamente più contenute. Sul piano dei fermenti, dunque, il kefir rappresenta una buona alternativa, ma non risulta superiore allo yogurt greco e, per alcuni parametri, appare leggermente meno ricco.


Dalle montagne caucasiche al supermercato

La storia del kefir nasce nelle aree montane del Caucaso, dove il latte veniva conservato facendolo fermentare in contenitori ricavati da pelle o cuoio. Il processo coinvolgeva i cosiddetti granuli di kefir, aggregati composti da una matrice polisaccaridica capace di ospitare batteri e lieviti.

L’associazione tra questa bevanda e una vita molto lunga si affermò nell’Ottocento, quando alcuni studiosi osservarono la popolazione caucasica. Tra questi vi fu Il'ja Il'ič Mečnikov, premio Nobel russo, che attribuì al consumo di kefir un possibile ruolo nella longevità locale. La successiva diffusione in Occidente, intensificatasi nel Novecento e poi esplosa sul mercato globale, ha contribuito a mantenere viva quella reputazione.

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Una comunità microbica complessa

Il kefir si distingue dallo yogurt tradizionale perché non nasce da pochi ceppi selezionati, ma da una convivenza articolata di microrganismi. Nei noduli, costituiti da componenti proteiche e polisaccaridiche e indicati anche con il termine kefiran, trovano spazio batteri lattici dei generi Lactobacillus, Lactococcus e Streptococcus, oltre a batteri acetici e lieviti come Saccharomyces e Kluyveromyces.

La fermentazione richiede in genere tra le 24 e le 48 ore a temperatura ambiente. Durante questo periodo il lattosio viene trasformato in acido lattico, con una produzione contenuta di anidride carbonica e quantità minime di alcol etilico. Ne deriva una bevanda acidula e lievemente frizzante, con meno lattosio rispetto al latte iniziale e, per questo, potenzialmente più digeribile.


Il chiarimento di Silvio Garattini

A ridimensionare le promesse più ambiziose è stato Silvio Garattini, presidente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. Ospite di Rai 1 nella trasmissione “La volta buona”, il farmacologo ha riconosciuto al kefir caratteristiche favorevoli, ma ha sottolineato l’assenza di risultati scientifici capaci di collegarlo direttamente a una maggiore durata della vita umana.

Il quadro complessivo porta quindi a considerarlo un alimento utile, non un elisir. Le sue possibili ricadute positive riguardano soprattutto l’ambito intestinale e vanno inserite nel contesto di una dieta equilibrata, senza attribuirgli proprietà dimagranti, antiossidanti o anti-invecchiamento che le ricerche non hanno dimostrato in modo diretto.

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