Ismail, il cranio aperto e una corsa contro il tempo da Gaza
Ha 13 anni, non può tornare a scuola e attende un’operazione in Italia: a Gaza migliaia di pazienti restano bloccati senza evacuazione.
La sua immagine sullo schermo dura pochi minuti: un ragazzino che osserva la videocamera, accenna un sorriso e saluta con la mano. Ismail, però, non è soltanto una delle tante vittime della guerra. È un bambino di 13 anni che vive con una parte del cranio mancante e aspetta di poter raggiungere l’Italia per sottoporsi a un intervento che potrebbe proteggergli la vita.
L’infanzia interrotta di Ismail
Da oltre due anni Ismail non frequenta la scuola. I medicinali di cui avrebbe bisogno arrivano con difficoltà e sua madre Noah teme che il figlio possa perdere improvvisamente conoscenza. L’Unicef ha avvertito che, in assenza delle terapie essenziali, i minori feriti sono esposti a infezioni e ad altre complicazioni.
Durante il collegamento, alla domanda sulla scuola, Ismail risponde scuotendo la testa. Il gesto è quello familiare di tanti bambini che non hanno voglia di andare in classe, ma nel suo caso racconta una privazione molto più profonda: la guerra gli ha sottratto la possibilità di vivere normalmente la propria età.
Quando una vittima diventa un numero
Nel gergo militare israeliano, i civili uccisi o feriti durante un’operazione vengono indicati con il termine Naza. È anche il titolo di un documentario che mostra le testimonianze di militari coinvolti negli attacchi e il numero di vittime civili che, secondo quei racconti, poteva essere considerato accettabile per eliminare un obiettivo.
Questa definizione rischia di cancellare le persone dietro le statistiche. Ismail, invece, ha un volto, una voce e una famiglia: chiamarlo soltanto “danno collaterale” significa ignorare la sua storia e trasformare la sua sofferenza in una cifra senza identità.
La ferita che non può essere chiusa
Ismail e Noah parlano da Gaza City attraverso WhatsApp. La conversazione è resa possibile da un interprete: le risposte arrivano con qualche secondo di ritardo, mentre alle loro spalle si intravedono una stanza poco illuminata e oggetti ammassati. Le espressioni del ragazzo, tuttavia, rendono superflua ogni traduzione.
Poco più di un anno fa, un’esplosione lo ha portato in ospedale in condizioni neurologiche gravissime. Il trauma aveva aperto la parte anteriore sinistra del cranio e lasciato scoperto il tessuto cerebrale. I medici sono intervenuti subito, asportando l’osso fratturato, arrestando l’emorragia e ripulendo la lesione.
L’operazione resta lontana
Ismail è sopravvissuto e, dopo un controllo neurologico giudicato normale, è stato dimesso. Il segmento osseo rimosso, però, non è mai stato sostituito: oggi il cervello è separato dall’esterno soltanto dalla pelle. Una caduta, un colpo o persino un movimento brusco possono quindi esporlo a conseguenze molto gravi.
Il referto del Makkah Medical Center indica la soluzione necessaria: una cranioplastica con una rete di titanio. Il materiale non è disponibile nella Striscia. Il ragazzo ha già parlato in videoconferenza con uno specialista italiano, ma l’interruzione dei corridoi umanitari impedisce alla famiglia di partire.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
A Gaza i bambini colpiti alla testa
La sua vicenda si inserisce in un quadro più ampio. Un’indagine pubblicata nel settembre 2025 dal quotidiano olandese de Volkskrant ha raccolto le testimonianze di 17 medici e di un’infermiera stranieri, arrivati da Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Paesi Bassi. Dal mese di ottobre 2023 avevano lavorato in sei ospedali e quattro strutture ambulatoriali di Gaza.
Quindici professionisti hanno raccontato di aver curato minori sotto i 15 anni raggiunti da un solo proiettile alla testa o al torace. I casi documentati sono stati 114, supportati da immagini radiografiche, fotografie e note cliniche. Molti pazienti non sono sopravvissuti e il numero effettivo potrebbe essere maggiore, perché chi muore prima dell’arrivo in ospedale non viene registrato.
Le ferite e l’ipotesi dei colpi mirati
Il chirurgo traumatologo californiano Feroze Sidhwa ha descritto quei casi con parole nette: «Non è fuoco casuale. Qualcuno preme il grilletto contro un bambino».
Nel giugno 2026, la Commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu ha analizzato le lesioni di 17 minori tra i 3 e i 16 anni colpiti da armi da fuoco. Nei 15 fascicoli esaminati integralmente, 12 ferite risultavano compatibili con un singolo colpo mirato, esploso da un cecchino o da un drone.
Uno studio condotto dai reparti di neurochirurgia dell’Ospedale europeo di Gaza e del complesso Nasser ha inoltre rilevato che, tra gennaio e settembre 2025, quasi il 50% dei pazienti con trauma cranico penetrante aveva al massimo 18 anni. L’età mediana era di 13 anni e il 30% dei feriti è morto. Ismail appartiene al gruppo di chi è riuscito a sopravvivere.
Un’evacuazione ancora impossibile
Secondo l’Oms, più di 18.500 pazienti attendono di essere trasferiti fuori dalla Striscia per ricevere cure. Il valico di Rafah è stato chiuso il 28 febbraio 2026 e, ad aprile, l’organizzazione ha interrotto le proprie operazioni internazionali di soccorso.
Il ministero della Sanità di Gaza sostiene che ogni giorno muoiano tra sei e dieci persone in attesa di evacuazione. Ismail continua così a vivere con una protezione cranica insufficiente, mentre l’intervento che potrebbe ridurre il rischio per la sua salute rimane, per ora, fuori dalla sua portata.
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