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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Irkutsk, il caso che riaccende l’ombra delle armi biologiche

La morte di Darya Shipilova in un istituto russo anti-peste alimenta interrogativi internazionali, tra misure di sicurezza, precedenti sovietici e programmi segreti.

La morte di Darya Shipilova, ricercatrice russa di 28 anni, è al centro di una crescente attenzione internazionale. La giovane è deceduta tra l’1 e il 2 ottobre e, secondo la ricostruzione ufficiale, la causa sarebbe stata una polmonite di eziologia sconosciuta.

A rendere il caso particolarmente delicato è il luogo in cui lavorava: l’istituto anti-peste di Irkutsk. Le circostanze del decesso e le precauzioni adottate dalle autorità hanno alimentato il timore che possa essersi verificata un’esposizione a un agente patogeno altamente pericoloso, compresa una forma di peste polmonare. Stati Uniti e Unione europea stanno seguendo l’evoluzione della situazione.


Il precedente degli incidenti sovietici

I dubbi non nascono soltanto dall’episodio di Irkutsk. La storia dell’Unione Sovietica comprende infatti diversi incidenti collegati alla ricerca su virus e batteri, alcuni dei quali sono stati chiariti solo molti anni dopo.

Nel 1971, ad Aralsk, in Kazakistan, si verificò un focolaio di vaiolo che potrebbe essere stato legato a una prova all’aperto condotta sull’isola di Vozrozhdeniye, nel lago d’Aral. Un rapporto dell’epoca riferì di dieci persone contagiate e di tre vittime, anche se l’origine dell’epidemia è stata ricondotta a un test con un’arma biologica a base di vaiolo.

Altri casi riguardarono il laboratorio Vector di Koltsovo. Il 30 aprile 1988 un medico morì dopo essersi ferito, nonostante indossasse due paia di guanti, con un ago contaminato dal virus di Marburg. Nel 2004 Antonina Presnyakova, ricercatrice dello stesso istituto, perse la vita dopo un incidente con un ago contenente il virus Ebola.


Perché nacquero gli istituti anti-peste

La rete russa affonda le sue origini nella necessità di controllare le epidemie che colpivano periodicamente vaste aree del Paese. In epoca zarista furono creati centri di ricerca all’interno di strutture mediche e universitarie già esistenti, con il compito di individuare nuovi ceppi e impedire che i focolai si trasformassero in emergenze più ampie.

Dopo la rivoluzione bolscevica, il sistema venne ampliato e organizzato in modo più capillare. Nell’Unione Sovietica arrivò a comprendere oltre 100 strutture distribuite in 11 repubbliche. Il laboratorio di Irkutsk, dove lavorava Shipilova, risale al 1923.

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La crescita della rete fu particolarmente intensa tra il 1918 e la fine degli anni Cinquanta. Dalla semplice risposta alle epidemie si passò alla sorveglianza preventiva delle aree considerate a rischio: furono così costruiti centri vicino ai focolai naturali delle malattie, ai confini del Paese e nei principali nodi di trasporto.


Dalla prevenzione al programma militare

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, il sistema anti-peste venne collegato anche alla ricerca militare sovietica. In una prima fase il programma ebbe finalità dichiaratamente difensive e fu identificato con il nome in codice Problem 5; negli anni Settanta assunse anche una dimensione offensiva, indicata come progetto Ferment.

Le attività furono coperte da un rigido segreto, sia per ragioni legate alla contrapposizione con gli Stati Uniti sia per proteggere l’immagine dell’Unione Sovietica sul piano sanitario. Nel 1938 il governo aveva infatti annunciato l’eliminazione della peste e del colera da tutte le regioni sovietiche.

Nonostante la Convenzione sulle armi biologiche del 1972 imponesse limiti alla produzione e alla ricerca, Mosca e Washington continuarono a lavorare sui patogeni più pericolosi. In Unione Sovietica venne istituita Biopreparat, formalmente un’agenzia civile attiva nei settori biotecnologico e farmaceutico, ma utilizzata come copertura per un vasto apparato dedicato alle armi biologiche.


La verità emersa dopo la Guerra fredda

Negli anni Novanta Boris Eltsin riconobbe l’esistenza di un programma offensivo sovietico. L’ex presidente russo collegò inoltre alla ricerca militare la tragedia di Sverdlovsk del 1979, inizialmente attribuita ad altre cause e nella quale morirono almeno 64 persone dopo la diffusione di antrace.

È questo insieme di precedenti a spiegare perché il caso di Irkutsk venga osservato con particolare cautela all’estero. Al momento, tuttavia, la spiegazione ufficiale sulla morte di Darya Shipilova resta quella di una polmonite di eziologia sconosciuta e non è stata fornita una conferma pubblica sull’eventuale presenza di peste polmonare o di altri agenti biologici.

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