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Cronaca 3 min di lettura1 ora fa

Il guru della Val Susa e i suoi fedelissimi: complici o manipolati

Le carte dell’inchiesta descrivono tre collaboratori coinvolti nella gestione della comunità, ma anche esposti alle pressioni psicologiche e agli abusi del sedicente maestro.

La vicenda della comunità spirituale creata da Bruno Malatesta ad Almese, nella bassa Valle di Susa, non riguarda soltanto il presunto dominio esercitato dal guru sulle adepte. Nell’indagine risultano coinvolte anche tre persone rimaste libere: Paola, Chiara e Giulio. Per gli inquirenti avrebbero avuto un ruolo nelle attività del gruppo, ma gli atti giudiziari evidenziano allo stesso tempo quanto fossero condizionate dal loro leader.


Il controllo passava dalla paura

Malatesta, arrestato dai carabinieri, sosteneva di conoscere le vite precedenti dei suoi seguaci. Secondo il giudice per le indagini preliminari, questo strumento gli avrebbe consentito di alimentare nei membri della comunità «sensi di colpa e di paura». A Paola avrebbe attribuito un karma collegato all’omosessualità maschile, mentre a Giulio avrebbe raccontato di essere stato in passato un guerriero responsabile di stupri compiuti per vendetta.

Il sedicente maestro avrebbe inoltre collegato quella presunta esistenza precedente ai problemi fisici dell’uomo. In un’altra occasione, per rafforzare l’autorità di Giulio davanti al gruppo, Malatesta disse di avere vissuto in Palestina e di aver incontrato personalmente Gesù e la Madonna. Il riconoscimento, tuttavia, si trasformò in una nuova umiliazione: a suo dire, dopo duemila anni, Giulio non avrebbe imparato nulla e la sua presenza nel gruppo sarebbe stata la prova di un fallimento spirituale.


Paola e Chiara al centro dell’organizzazione

Le due donne, rispettivamente di 53 e 40 anni, sono accusate di concorso nella riduzione in schiavitù. Erano considerate le collaboratrici più vicine a Malatesta e, secondo l’accusa, seguivano sia la gestione economica sia l’ingresso di nuove discepole nella comunità.

Il rapporto con il maestro, però, sarebbe stato segnato da una subordinazione totale. Le due dormivano ai piedi del suo letto, lo lavavano, lo vestivano, gli portavano i pasti e lo accompagnavano negli spostamenti. Se riteneva che le pulizie non fossero state svolte in modo adeguato, imponeva loro di ricominciare il lavoro dall’inizio.

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Giulio tra fedeltà e accuse

Giulio, 58 anni, era l’unico uomo indicato come “monaco”. Aveva conosciuto Malatesta frequentando i suoi corsi di yoga dal 2008 e, anche dopo il grave episodio di violenza ai danni della moglie, oggi sua ex, aveva continuato a frequentare il gruppo. Una testimone ha riferito di essere rimasta terrorizzata dalle urla provenienti durante l’aggressione.

Prima che fossero messi a disposizione dell’associazione, Giulio possedeva alcuni terreni agricoli a Givoletto. Proprio lì, secondo la ricostruzione investigativa, le adepte sarebbero state impiegate in turni molto gravosi. In una conversazione intercettata nel 2024, Paola criticò il trattamento riservato alle lavoratrici e ricordò che alcune erano costrette a raggiungere 60 ore di lavoro settimanali: «La gente ti ha odiato, maestro, e ti avrei odiato anch’io».


Le contestazioni rivolte al massoterapista

Giulio si presentava come massoterapista. I pubblici ministeri gli contestano anche l’esercizio abusivo della professione di psicologo e una truffa accompagnata da violenza sessuale ai danni di una cliente. Le sedute, durante le quali l’uomo si appartava a lungo con la donna, sarebbero state registrate dai microfoni con contenuti sessuali.

La cliente, convinta di sottoporsi a un trattamento terapeutico, non ha mai presentato denuncia. Per questo il giudice ha rilevato l’assenza delle condizioni necessarie per procedere su quel capo. L’indagine mantiene quindi distinta la sua posizione da quella delle due donne, pur collocando tutti e tre all’interno della struttura costruita attorno a Malatesta.

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