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Cronaca 2 min di lettura1 ora fa

Il cugino di Livatino incontra i due ergastolani

A Busto Arsizio Salvatore Insenga ha visto Salvatore Calafato e Paolo Amico, condannati per l’omicidio del magistrato

Salvatore Insenga ha incontrato a Busto Arsizio Salvatore Calafato e Paolo Amico, condannati all’ergastolo per l’omicidio di Rosario Livatino.

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Il messaggio di Insenga

Al termine dell’incontro, il cugino del magistrato ha rilanciato il valore del perdono maturato dopo anni di dolore e preghiera. Insenga ha anche espresso il desiderio di ritrovarsi con i due uomini per un momento di preghiera nella chiesa di Santa Chiara, a Canicattì.

«Il perdono ha liberato me e spero che possa liberare anche voi», ha detto Insenga. Per lui, l’assassinio compiuto nel 1990 non può chiudere ogni possibilità di cambiamento: «Un colpo di pistola non può essere l’ultima parola».


La richiesta di perdono

Paolo Amico ha definito Rosario Livatino un riferimento spirituale, nonostante in passato lo considerasse un avversario. Rivolgendosi a Insenga, lo ha ringraziato e ha rinnovato la richiesta di perdono, sostenendo che nessuno debba essere considerato irrecuperabile.

Amico ha spiegato di aver pensato a lungo di chiedere scusa dopo aver ascoltato le parole dei genitori del giudice. All’epoca, però, la mentalità mafiosa e il silenzio imposto dall’ambiente di appartenenza gli avevano impedito di farlo.

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Il percorso dopo l’omicidio

Insenga aveva vent’anni quando Livatino venne ucciso. Ha raccontato di aver attraversato una fase segnata da rabbia e sofferenza, fino a trovare nella fede la strada per superare l’odio, che ha paragonato a una prigione priva di sbarre.

L’incontro si è svolto nel quadro di un percorso di giustizia riparativa. Insenga ha preferito parlare di «giustizia pacificatrice», indicando così un cammino fondato sul riconoscimento del male commesso e sulla possibilità di ricostruire un rapporto umano.

Salvatore Calafato ha riconosciuto la gravità delle proprie responsabilità. Ha spiegato che la sofferenza vista nei genitori di Livatino lo ha spinto verso una conversione e ha ammesso di aver tolto la vita a un rappresentante dello Stato, causando un’offesa alla magistratura e dolore alle famiglie coinvolte.

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