Ictus, la variabilità cerebrale indica il recupero possibile
Uno studio del San Raffaele Roma ha seguito 77 pazienti per valutare la riserva funzionale dopo la lesione
La risposta del cervello agli stimoli può aiutare a stimare quanto movimento una persona riuscirà a recuperare dopo un ictus. Lo indica una ricerca dell’Irccs San Raffaele Roma, pubblicata sulla rivista Stroke.
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I numeri dell’ictus
Ogni anno in Italia oltre 100mila persone vengono colpite da un nuovo ictus e più di un milione convive con le conseguenze di un evento passato. Nel corso della vita il rischio riguarda una persona su quattro.
Tra i sopravvissuti, circa tre su quattro sviluppano una forma di disabilità. Le conseguenze dell’ictus rappresentano inoltre la principale causa di disabilità permanente a livello mondiale, rendendo decisiva la capacità di programmare in modo personalizzato la riabilitazione.
La ricerca sui pazienti
Il gruppo del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione e del Laboratorio di connettività cerebrale del San Raffaele ha esaminato 77 persone al primo ictus. Le valutazioni sono state svolte tra il settimo e il quattordicesimo giorno dall’evento e ripetute dopo due mesi di riabilitazione intensiva quotidiana.
Lo stesso protocollo è stato applicato a 10 volontari sani, scelti per età e sesso. Attraverso la stimolazione magnetica transcranica, tecnica non invasiva e indolore, i ricercatori hanno osservato la risposta delle vie nervose che controllano i muscoli della mano. Quando il collegamento funziona, lo stimolo provoca una piccola contrazione, chiamata potenziale motorio evocato.
Il valore della variabilità
Di norma si considera soprattutto l’ampiezza della risposta: un segnale più forte tende a indicare vie nervose meglio conservate. La ricerca ha analizzato anche quanto il segnale variasse, nella forma e nell’intensità, da una stimolazione alla successiva.
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I pazienti con risposte iniziali più variabili hanno recuperato in seguito una porzione maggiore del movimento potenzialmente riconquistabile. Al contrario, segnali più identici tra loro sono risultati associati a un margine di recupero inferiore. «Quelle oscillazioni possono contenere un’informazione biologica importante», ha spiegato Lorenzo Nucci, primo autore dello studio.
Le prospettive per la riabilitazione
Secondo i ricercatori, un cervello capace di reagire in modi diversi a stimoli uguali potrebbe conservare più circuiti da impiegare per riorganizzarsi dopo la lesione. Il dato potrebbe quindi aiutare a distinguere non soltanto l’entità del danno, ma anche la capacità residua di recupero.
Anche l’emisfero non colpito direttamente ha mostrato, nei pazienti, segnali meno ampi e meno variabili rispetto ai volontari sani. Il risultato suggerisce che l’ictus possa modificare il funzionamento delle reti cerebrali nel loro insieme, e non soltanto dell’area interessata dalla lesione.
Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione, ha osservato che persone con condizioni cliniche simili possono seguire percorsi molto diversi. «Individuare nelle prime settimane non soltanto il danno, ma anche la riserva funzionale del cervello potrebbe cambiare il modo in cui programmiamo la riabilitazione», ha detto.
La ricerca, realizzata con l’Università eCampus e l’Istituto San Raffaele di Sulmona e sostenuta dal ministero della Salute, non ha ancora prodotto un esame pronto per l’uso ordinario. Saranno necessari studi su gruppi più ampi, controlli più lunghi e nuove valutazioni della variabilità cerebrale durante le fasi successive della riabilitazione.
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